INDIGNATEVI! ha gridato ai francesi Stéphane Hessel dall'alto dei suoi novant'anni; giovani indignados hanno invaso piazze e strade di Spagna. In Italia siamo ancora capaci di indignazione? A leggere le cronache, sembra che lo sdegno dei cittadini si diffonda, ma indirizzandosi sulle vergogne pubbliche e private di Berlusconi, sul conflitto d'interesse, sulla corruzione della politica favorita dall'iniqua legge elettorale. Ma l'enormità di questi misfatti fa velo ai nostri occhi: ci impedisce di vedere che troppe nefandezze non sono colpa solo di Berlusconi e dei suoi accoliti né spariranno con essi: perché coinvolgono imprese, banche, politici d'ogni osservanza. Dovremmo coltivare un'indignazione assai più radicale, che oltre il necessario crollo di un regime sappia vedere la profonda trasformazione dell'etica e del costume che in questi anni ha travolto quella che fu la borghesia italiana. Dalle sue ceneri è nata una "nuova classe" che in nome del cieco profitto smantella lo Stato, saccheggia il bene pubblico, annienta memoria storica e valori della Costituzione. È possibile intendere storicamente questo processo fatale,e lo ha fatto molto bene Antonio Polichetti nel suo Quo vadis, Italia? (La Scuola di Pitagora Editrice), un libro prezioso perché congiunge una lucida analisi storica allo spietato schierarsi dei dati. "La forma parassitaria assunta dal capitalismo italiano - vi si legge - è caratterizzata dal formarsi di oligopoli plutocratici sempre più potenti, autoritari e irresponsabili: questi, staccandosi sempre più dalla fabbrica e dalla produzione, accumulano in maniera esponenziale i sopraprofitti arraffando i fondi pubblici provenienti dalla gestione impropria dei servizi pubblici; a questo scopo imbastiscono reti fitte di legami con la finanza e le banche, in grado di influenzare pesantemente la politica e il sistema d'informazione". Nulla può incarnare questa devastazione come la deliberata distruzione del paesaggio in quella che fu la Campania felix, di cui Goethe poté lodare liricamente «la fertilità del suolo, il mare sconfinato, le isole vaporanti nell'azzurro, la montagna fumigante», aggiungendo: «e mi mancano i mezzi per descrivere tutto questo». Oggi mancano le parole per descrivere il disastro, la spietata invasione del brutto, l'oscena distesa di discariche che occupa il suolo agricolo corrodendolo coi rifiuti tossici (sono circa 2600 i siti potenzialmente inquinati censiti dall'Agenzia regionale di protezione e ricerca ambientale). Paesaggi che attrassero poeti e pittori di tutta Europa vengono sfigurati ogni giorno da informi cementificazioni, da fabbriche e rovine di fabbriche, da liquami che scorrono dov'erano limpidi ruscelli. È il prodotto non solo di quell'«amore puerile e primitivo per la tecnica» di cui parlava Thomas Mann in Achtung Europa, ma di una premeditata economia di rapina del territorio contro la regola della legge, contro il bene comune. Campania chiama Europa, un libro-dossier anch'esso pubblicato dalla Scuola di Pitagora, documenta la strage del paesaggio campano con una ricchezza di dati e una passione civile che tolgono il fiato. Fertili campagne trasformate in terre dei veleni dall'intreccio perverso tra interessi criminali, avidità imprenditoriale e corruzione della classe politica; ville e masserie sepolte da piramidi di immondizia; giganteschi sperperi di denaro pubblico favoriti dalla gestione commissariale dell'emergenza; e per ogni dove discariche fuori norma e fuori controllo, come viene documentato negli articoli del geologo Franco Ortolani, raccolti nella sezione speciale "Rifiuti e risorse ambientali e strategiche". «Crimini in nome dell'emergenza», scrive Anna Fava nel saggio di apertura, che all'insegna del cieco profitto avvelenano i luoghi con rifiuti tossici, uccidono i cittadini divorando il corpo della madre, calpestando i diritti delle generazioni future. Eppure secondo la Corte costituzionale (sentenza 3672007) il paesaggio incarna valori primari e assoluti, che sovrastano qualsiasi interesse economico, e perciò esige «un elevato livello di tutela, inderogabile da altre discipline di settore». Da questi due libri viene un forte allarme, ma anche un segnale di speranza: perché essi sono il prodotto di liberi gruppi di cittadini, che hanno preso la forma della Società di studi politici e delle Assise di Napoli e del Mezzogiorno; e perché molti degli autori sono giovani e giovanissimi che non si rassegnano al degrado della moralitàe del paesaggio, anzi con determinazione e rigore raccolgono dati, propongono lucide analisi. Diciamolo con Seneca: è capace di indignarsi solo chi è capace di speranza. L'autore è presidente onorario della Società di studi politici e presenterà alle 17 in via Monte di Dio 14 con Franco Ortolani, Nicola Capone e Manuele Bonaccorsi il libro "Campania chiama Europa"
NAPOLI - fermiamo la strage del paesaggio campano
Stéphane Hessel, un anziano francese, ha gridato "Indignatevi!" per denunciare le ingiustizie in Francia. In Italia, i giovani hanno manifestato per criticare il governo e la politica. Tuttavia, molti critici sostengono che l'indignazione dovrebbe essere più radicale e mirare non solo a colpire il governo, ma anche a denunciare la corruzione e la distruzione del paesaggio in Italia. Due libri, "Quo vadis, Italia?" e "Campania chiama Europa", documentano la situazione in Italia e denunciano la distruzione del paesaggio e la corruzione. I libri sono stati scritti da liberi gruppi di cittadini e presentano una speranza per il futuro.
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