Caro direttore, la nomina del nuovo presidente della Biennale ripropone una questione che va ben oltre la, pur legittima, discussione nel merito dei nomi. Venezia ha complessità di governo maggiori di altre. Per le sue originali caratteristiche riunisce in sé una pluralità di competenze e ruoli che interagiscono e condizionano le scelte che la riguardano. Tra le più importanti cito, oltre al presidente della Biennale, il presidente dell'Autorità portuale. Ebbene, sono tutti nominati da "Roma"; dal governo, indipendentemente dalla opinione (anzi, talvolta, addirittura in contrasto, come si vede per la Biennale) dei veneziani. Insomma, i cittadini eleggono il sindaco, ma altrove si nominano una pletora di autorità (o commissari) che decidono su Venezia, non garantendo istituzionalmente, ma solo eventualmente per buon senso, una concertazione con il Municipio. Venezia città espropriata di poteri che le spettano, dunque? Si, in parte, buona parte, è così. E non va bene. Successe già con la nomina (per fortuna indovinata) di Costa al porto o per quella di Sgarbi. Nella proposta di Legge speciale per Venezia, presentata di recente assieme ai colleghi parlamentari del Pd, abbiamo posto questo problema. Fu anche un punto molto convincente della campagna elettorale per Orsoni Sindaco. Proprio mentre Renato Brunetta sosteneva che avrebbe fatto sia il sindaco che il ministro, Orsoni chiedeva più autonomia e poteri perla città. Oggi Galan e Brunetta sono ministri, ma il primo è stato Governatore del Veneto e il secondo ha legittimamente concorso alla carica di primo cittadino e sanno bene di cosa parlo; per dire, cioè, che l'interesse al chiarimento non è un problema di parte. Non si tratta di agitare rivendicazioni anti-romane, di stampo leghista, anche se non si capisce più, visto il comportamento centralista della Lega anche su queste vicende, dove sia finito un sano spirito federalista! Sono, peraltro, possibili molte soluzioni, anche di compromesso e anche diverse per ogni singola istituzione. Dalla attribuzione diretta al Comune - di concerto, ovviamente, con altri livelli - delle nomine (il Magistrato alle Acque è l'esempio più chiaro e, a mio avviso dovrebbe valere anche per il porto); alla presentazione da parte del Comune di una rosa sulla quale decide il Governo, o viceversa, (e può essere il caso di enti che, pur agendo a Venezia, hanno una indubbia rilevanza nazionale o internazionale). In ogni caso, ciò che è impensabile è che ci siano nomine che prescindono da una concertazione formale oltre che sostanziale col Comune (anche nel caso, trattandosi di Venezia - ma potrebbe valere per Firenze e Roma - di competenze tradizionalmente centrali). Si può obiettare che Venezia è città globale e perciò non va gestita con mentalità localistica e corporativa. E talmente vero che la candidatura a capitale mondiale della cultura del 2019 è del tutto pertinente. Ma anche la candidatura alle Olimpiadi lo era, eppure non è stata sostenuta dal governo. I veneziani, da secoli, hanno ben chiara la vocazione globale di questa unica miscela che è Venezia e hanno anche ben chiaro (talvolta quasi troppo) che la misura di questa proiezione è anche la misura dei loro interessi economici. In ogni caso, finché è viva (e, per quanto ci riguarda, lo sarà) Venezia non è una fondazione, un museo, ma una città, una comunità. Dunque: Venezia ai veneziani è qualcosa di più di uno slogan retorico.