Il Comune sequestra le case, ma i proprietari restano ad abitarle. Pagando un canone, spese escluse «Non rompete la m... con le case abusive!» In municipio una busta con proiettili e un messaggio chiaro Licata. Se c'è un posto, nella Sicilia del cemento in riva al mare, dove l'ipotesi di sanatoria ha riscaldato gli animi, ebbene questo è Licata. Qui, dove nel corso di decenni di totale "deregulation" del mattone (non soltanto lungo il litorale) le case abusive sono spuntate come i funghi in un sottobosco di connivenze e di rendite di posizione elettorali. E adesso la speranza si alimenta soltanto col sapere che qualcuno - con un disegno di legge votato in commissione all'Ars, ma ancora lontano dall'approvazione - abbia preso a cuore le sorti di centinaia di famiglie licatesi. Il più contento di tutti è Carmelo Sirone, battagliero presidente del "Comitato per la tutela della casa", che raggruppa 164 famiglie proprietarie di immobili abusivi su un totale di 182 riconosciuti "fuorilegge" dal Comune, dei quali 63 direttamente sul mare. Per Sirone - che di mestiere fa il titolare di una ditta di rottamazioni d'auto - è uno sfizioso contrappasso dover combattere contro le altre demolizioni, quelle delle case. In questi giorni si trova in Germania per motivi familiari, ma ci risponde al telefonino con gentilezza: «Sì, ho saputo del disegno di legge di sanatoria approvato a Palermo. Ancora non è una cosa definitiva, ma noi ci speriamo davvero. Al mio ritorno a Licata riunirò subito tutti i cittadini del comitato, forse ci vedremo giovedì sera per fare il punto sulle ultime novità. Ma noi eravamo già pronti a fare sentire la nostra voce a livello regionale: stiamo preparando un disegno di legge di iniziativa popolare per dare una risposta alle esigenze di migliaia di persone non solo a Licata, ma in tutta la Sicilia». È una realtà molto complicata, quella che sta dietro all'abusivismo edilizio a Licata. Le forze dell'ordine sono sempre in trincea: le denunce e i sequestri si susseguono a ritmo continuo. Ma le ruspe no. Sono ferme. Le demolizioni costano. In termini economici (gli addetti ai lavori stimano una cifra media di circa 35mila euro a fabbricato, fra abbattimento e smaltimento degli inerti), ma soprattutto in consenso politico. C'è soltanto un precedente "storico" che da queste parti ricordano con le diverse sfumature della memoria: le ruspe, nel 2001, rasero al suolo quattro costruzioni (di cui soltanto una completa, le altre erano poco più che scheletri), tutte di proprietà di cittadini non licatesi. Poi tutto si fermò. Nessuna ditta di demolizione voleva assumersi questo gravoso compito, seppur ben pagato, per non urtare la "suscettibilità" di quei cittadini che avevano costruito al di fuori delle regole. La gara per l'affidamento del servizio di demolizione andò deserta e la Prefettura annunciò anche l'intervento dell'Esercito. Ma poi calò un silenzio assoluto. Intanto Licata è diventata una sorta di "laboratorio creativo". Allora, funziona così: nonostante i sequestri i cittadini continuano ad abitare negli immobili, che però sono passati ufficialmente nella disponibilità del Comune. Che adesso, in tempi di crisi, chiede agli ex proprietari un canone d'affitto. Trasformandoli da abusivi in inquilini dell'ente pubblico. «Abbiamo avviato - racconta il vicesindaco Giuseppe Arnone - una valorizzazione complessiva del patrimonio immobiliare del Comune, soprattutto per far quadrare un bilancio pesantemente colpito dai tagli nei trasferimenti. E dunque ci siamo posti il problema di cosa fare dei 182 immobili sequestrati e acquisiti al nostro patrimonio. Alcuni immobili sono stati posti vendita, ma non possiamo vendere quelli insanabili e quindi inalienabili. E quindi abbiamo seguito un secondo percorso: un canone d'affitto, stabilito in base alla tipologia e scomputando eventuali spese affrontate per avori di miglioramento». Ma poiché è arrivato il momento di pagare davvero e si parla di cifre dai 3.000 fino ai 60.000 euro in base alla grandezza dell'immobile e al ritardo nel pregresso, gli abusivi-affittuari protestano: «Sono cifre altissime - sbotta il presidente Sirone - e ora dobbiamo ridiscutere bene tutta questa storia con l'amministrazione comunale: i canoni sono troppo alti e in questo momento non tutti possono permettersi di pagare». In municipio questa pressione dei precari del mattone pesa. Eccome. Ma da un lato la polizia municipale prosegue a testa bassa nei controlli e nei sequestri: 180 sigilli apposti dall'inizio dell'anno, fra costruzioni abusive e "allargamenti allegri". Con i prevedibili effetti collaterali: qualche mese fa al comando dei vigili urbani fu "recapitata", da una misteriosa auto in corsa, una busta contenente proiettili e un messaggio inequivocabile: «Non rompete la m.. con le case abusive!». Dall'altro lato è sempre aperto il canale dell'ascolto e della comprensione: «I problemi di questa gente - confessa il vicesindaco Arnone - non si risolvono necessariamente con le ruspe, ma ci vuole il dialogo, anche perché visto il numero delle famiglie coinvolte c'è un problema di ordine pubblico da tutelare. È facile dare giudizi da lontano, ma poi siamo noi amministratori locali a ricevere ogni giorno i cittadini, a incontrarli per strada». Arnone si dice «attento all'evoluzione del ddl approvato in commissione all'Ars», ma soprattutto «pronto a sostenere, anche grazie al lavoro di un comitato tecnico, l'ipotesi dell'iniziativa legislativa popolare lanciata dal comitato». Con questo spirito: «Il problema dell'abusivismo va risolto alla radice, guardando con attenzione caso per caso, e coinvolgendo enti e ambientalisti, nel rispetto della legalità ma anche dei diritti dei cittadini». L'abusivismo, a Licata, non è in cima al dibattito pubblico. I cronisti locali non ricordano di dibattiti in Consiglio comunale, nemmeno prima dell'autoscioglimento - due anni fa - per dare una scossa dopo l'arresto del sindaco Angelo Graci con l'accusa di corruzione. Si citano le campagne di pulizia delle spiagge con Legambiente Agrigento e scout. Ma nessuna crociata sugli ecomostri. Gli archivi ci consegnano una denuncia, un paio d'anni fa, dell'associazione Finziade, che si occupa di archeologia e visite guidate. «Sulla spiaggia di Mollarella - ricorda il presidente Fabio Amato - un privato intervenne con le ruspe per "pulire" l'area attorno al suo caseggiato di circa 30 metri quadri, che ricade in una zona con un doppio vincolo: paesaggistico e architettonico. Il proprietario spianò le dune, aumentando il rischio di erosione, ma soprattutto eliminando una buona parte di macchia mediterranea e di fauna. Noi eravamo preoccupati anche perché in quel terreno c'è una necropoli greco-arcaica e temevamo per la sorte dei resti. Abbiamo segnalato la cosa all'opinione pubblica e alla Soprintendenza, ma non sappiamo com'è andata a finire». È andata a finire che la micro-casetta a mare adesso è più accogliente, senza quelle fastidiose dune di sabbia. 09102011