A Milano, dopo banche e grandi famiglie, ora gli acquirenti sono imprenditori e professionisti. In calo le donazioni ai musei Il collezionista Carlo Orsi: lo Stato blocca l'esportazione delle opere, ma poi non le acquista. Il mercato antiquario non conosce un trattato di Schengen. Se dal '93 sono stati soppressi i controlli alle frontiere sulle persone fisiche, non lo sono per le merci e, tantomeno, per quelle «merci» pregiate che sono le opere d'arte. Ogni quadro esposto in una galleria viene notificato e non può lasciare il Paese. Per questo Milano, pur restando una delle capitali del mercato antiquario, non può rivaleggiare con Londra o New York, dove le opere possono «espatriare». «Milano è uno dei poli più attivi del mercato antiquario, ma Londra è il centro del mercato mondiale. Da noi abbiamo restrizioni nel commercio. Prima di esporre ci si deve pensare bene: la notifica di un'opera, spesso, ne fa deprezzare il valore. In Inghilterra, se le istituzioni bloccano una vendita all'estero, si impegnano ad acquistare l'opera. Qui si blocca l'esportazione», racconta Carlo Orsi, storico antiquario milanese ma anche promotore culturale: uno dei pezzi pregiati da lui venduti, un «San Gerolamo» di Orazio Gentileschi, è stato esposto pubblicamente per settimane. E non è la prima voìta che la bottega dell'antiquario di via Bagutta è diventata sede di mostre: Orsi ha già esposto dei Longhi e dei Fra Galgario. Ma chi compra, oggi, sul mercato antiquario milanese? «Più i privati che i grandi istituti. Negli anni Ottanta gli istituti bancali erano molto attivi, non oggi. I privati sono imprenditori e liberi professionisti, non necessariamente grandi famiglie. Anzi sono una nicchia attiva di persone colte che acquistano gagliardamente». Non esistono tendenze definite, anche se per tutti «un Caravaggio resta il sogno proibito». Ma anche un Boccioni o un De Chiri-co... Si vendono poco le arti decorative, nelle quali, comunque, si tende al miniroalìsmo: per i mobili antichi c'è poco spazio. Comprano ancora i musei, anche se quelli italiani hanno budget assai limitati; «ma per un antiquario è sempre un punto d'orgoglio favorire lo sviluppo di una collezione pubblica» Milano, in compenso, è ferma all'acquisto dei due Canaletto dai tempi di Philippe Daverio: poi «si è fatto bene, e sono state allestite grandi mostre. Ma si è potuto acquistare di meno racconta Orsi per il solito problema della carenza di fondi». E a chi si lamenta della mancanza di donazioni private, Orsi replica che «non mancano, anche se, certo, non siamo più agli anni Cinquanta quando c'erano le grandi dinastie che hanno contribuito alla fondazione dei musei. Ma proprio nei giorni scorsi un "Cavaliere in nero" di Moronl è stato donato al Poldi Pezzoli da un privato lombardo».