Largo ai giovani, ai competenti, agli uomini liberi. Con questo slogan rivoluzionario, Giancarlo Galan, ministro per i Beni e le attività culturali, ha dato il benservito a Paolo Baratta e designato alla guida della Biennale di Venezia Giulio Malgara. Giusto. Baratta ha 72 anni, è laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano e in Economia a Cambridge, è stato ministro delle Privatizzazioni, dell'Industria, dei Lavori pubblici nei governi di Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini. Bravino, certo: ha fatto crescere a doppia cifra il numero di biglietti venduti, è arrivato quasi all'autofinanziamento delle sezioni, a cominciare da quella di arte contemporanea. Ma insomma, basta con questi inossidabili personaggi della Prima repubblica. Per la Biennale ci vuole gente proiettata nella modernità, bisogna mettere in campo idee nuove. E chi meglio di Malgara? Un manager rampante che di anni ne ha 74. Una carriera di successi inaugurata in qualità di «responsabile marketing della Kiwi International, dove sviluppa un settore nuovo per la cura delle calzature» (primo punto della biografia ufficiale sul suo sito internet), proseguita con il lancio del marchio Fido e culminata in un ventennio abbondante di presidenza dell'Upa (Utenti pubblicità associati, l'organizzazione che raggruppa i 500 maggiori inserzionisti di giornali e tv). Ma soprattutto, uomo sganciato dal sistema dei partiti e lontano dalle logore pratiche di spartizione delle poltrone. Verrebbe voglia di buttarla sul ridere. Purtroppo, però, è tutto vero. Per carità, non era necessario che spuntasse l'affaire Malgara per scoprire che l'Italia non è un Paese per giovani. Mentre in Danimarca viene nominato ministro delle Finanze un "ragazzo" di 26 anni, noi ci ritroviamo volenti o nolenti un presidente del Consiglio di 75 anni e ci teniamo (ben stretto) un presidente della Repubblica di 86. Per restare in ambito artistico, Glenn D. Lowry è diventato direttore del Moma di New York a 49 anni, la stessa età in cui Henri Loyrette ha assunto la carica di président directeur général del Louvre di Parigi. Quanto al criterio della nomina (peraltro da formalizzare in una battaglia nelle commissioni parlamentari che si preannuncia asprissima), ancora una volta siamo di fronte a una banale conferma: l'Italia non è un Paese per meritevoli. Ha importanza sapere qualcosa di arte, architettura, musica, cinema, danza e teatro, le sei sezioni in cui si articola la Biennale? Malgara (che vuole dire Upa, ma anche Auditel e Audipress), Galan (ex dirigente di Publitalia) e l'editore-politico (o viceversa) Silvio Berlusconi sono evidentemente legati da un antico rapporto "pubblicitario". Tanto che è persino troppo facile rispolverare la foto in cui Malgara, di bianco vestito, fa jogging dietro al premier. Senza contare che Baratta godeva del massimo apprezzamento tanto della Lega di Luca Zaia quanto del centrosinistra prima di Massimo Cacciari e poi di Giorgio Orsoni: probabile che Galan mal sopportasse questa convergenza bipatisan. La verità è che tutte le nomine continuano a essere dettate dalla politica, dai suoi balletti e giochi di potere. II sistema della cooptazione è pervasivo e non si ferma di sicuro davanti al piccolo particolare della competenza. Rimane la domanda di fondo: è così che la Biennale, probabilmente l'ente culturale più prestigioso d'Europa, potrà completare il suo rinnovamento e guardare al futuro? Nel momento in cui il Nordest sta lanciando la candidatura a Capitale europea della cultura 2019, la scelta di Malgara sembra piuttosto guardare al passato, nel metodo e nel merito. Anche per la Biennale la sfida è stare sul mercato, al passo con la competizione globale. È indispensabile attrarre talenti internazionali per attrarre sempre più visitatori. In poche parole, occorre investire in innovazione. Esattamente come in ogni altro settore, a partire dall'industria. Imprenditori come De' Longhi, Del Vecchio, gli stessi Marzotto e Benetton lo hanno capito perfettamente e hanno dato spazio a manager quarantenni cresciuti abbeverandosi al verbo di Steve Jobs: «Siate folli, siate affamati». Il capitalismo di relazioni è finito. Sarebbe bello se finisse pure la cultura di relazioni. Oggi si vince solo con le idee.