Tra l'aeroporto di Fiumicino e il mare, si estende semisepolta l'antica città di Portus, lo sbocco portuale di Roma antica. Una rilevazione magnetometrica, un'indagine a due tra la soprintendenza di Ostia e la British School at Rome, ne individua finalmente le esatte dimensioni. E pone l'interrogativo: che fare del bacino lacustre ancora di proprietà privata? Se c'è un luogo dove la memoria di Roma si è conservata integra nelle sue differenti facce, questo luogo è Portus. Manager eccezionali e grandi urbanisti quali erano, i romani si resero conto presto che la terra portata alla foce dal biondo Tevere e lo spaventoso aumento delle necessità annonarie dell'urbe avevano reso totalmente insufficiente l'attracco di Ostia. Fu Claudio il primo imperatore a progettare un vero porto degno della capitale di un impero: una gigantesca tenaglia chiusa da due moli (le tracce di quello destro si insinuano fino all'interno dell'aeroporto di Fiumicino), divisa al centro dall'isolotto del faro. Tuttavia, l'insabbiamento non cessò e un violento incendio, che nel 62 distrusse almeno duecento navi, segnò le sorti dell'invaso claudiano. Gli architetti di Traiano proposero allora un intervento di alta ingegneria e, tra il 100 e il 112, venne costruito un bacino perfettamente esagonale, piastrellato sul fondo, collegato al mare ma anche al Tevere da una serie di canali interni. Le grandi navi entravano in bacino, scaricavano i giganteschi otri di terracotta (i container dell'epoca) colmi di grano, vino, olio, miele e altro. Poi gli schiavi (la passione per l'archeologia non deve far dimenticare la storia sociale) provvedevano a trasferire le merci su barche di minor pescaggio, in grado di risalire il fiume fino ai mercati cittadini. Intorno a moli, banchine, bitte e magazzini andò crescendo la città del porto, con tanto di case, ville e anche basiliche. E persino un palazzo imperiale. Questa meraviglia dell'urbanistica imperiale è oggi quasi interamente sepolta. Quasi, nel senso che dalla polvere del tempo si è sempre salvato il bacino esagonale, sulle cui acque dondolano anatre e altri uccelli palustri. E le campagne di scavo hanno successivamente riportato fuori parecchio. Ma quanto ancora resta da disseppellire? La domanda è rimasta per un secolo e mezzo incerta. Ora, grazie a una scelta di ricognizione precisa e mirata, la soprintendenza archeologica di Ostia sta per dare una risposta ufficiale. Le prime mosse di questo intervento, che si chiama rilevazione magnetometrica, risalgono al 1998, quando sono stati presi gli accordi con i partner inglesi. Sì, perché il lavoro di indagine vero e proprio è stato effettuato nell'ambito di un progetto comune con la British School at Rome, che ha messo a disposizione degli italiani i professori Simon Keay, dell'università di South Hampton, e Martin Millet, dell'università di Cambridge, entrambi esperti di urbanistica antica. Ricorda Lida Paroli, la responsabile del progetto per la soprintendenza di Ostia: «Scegliemmo quel tipo di rilevazione perché, al tempo e per le nostre necessità, era la migliore tra i metodi di indagine non distruttivi. Si tratta di una indagine geofisica che misura il magnetismo delle strutture sepolte, basandosi sul dato oggettivo che il magnetismo di un muro è differente da quello di una zona vuota». Sia detto per inciso, il metodo ha avuto il pregio secondario di costare pochissimo (circa 150 milioni delle vecchie lire). L'estensione del porto era nota dalle fonti e dai lavori di scavo della prima metà del novecento. Si trattava adesso di verificare l'ampiezza della città e delle altre strutture collegate all'impianto portuale: «Abbiamo indagato 120 ettari di terreno, non solo nella parte interna alle mura antiche ma anche nelle zone esterne, come il suburbio. Abbiamo esplorato una vasta area della necropoli e il canale di Traiano. Le informazioni raccolte sono state messe in relazione con le fotografie aeree sia storiche sia recenti: l'ultima serie è stata scattata l'anno scorso e la grande siccità ha permesso riprese eccezionali...». Il rilevamento archeologico si avvantaggia della povertà d'acqua nel suolo, poiché dall'alto si distinguono con nettezza le linee di umidità, e quindi di maggior vegetazione, prodotte dagli antichi canali, fossi, viottoli, rispetto a muri, colonnati, pavimenti, che risultano viceversa meno verdi. Incrociando i dati con i reperti raccolti e catalogati (cocci, frammenti fittili, resti di materiale da costruzione) si è alla fine concluso che fin dall'epoca di Claudio si era progettato in grande: «Si era costruito in modo più importante di quanto si ipotizzava finora. Dai nostri rilievi si definiscono meglio i dettagli urbanisti, come le grandi maglie e il reticolo viario. Abbiamo visto bene le caratteristiche dei complessi annonari, che sono l'uno diverso dall'altro, relativamente alla loro specializzazione. Saremo quindi in grado di capire come era organizzata la vita del porto, quali sono state le zone di maggior continuità d'occupazione». Il lavoro è in corso di pubblicazione e sarà presto presentato ufficialmente. A questo punto, si potrà decidere come proseguire l'opera di valorizzazione dell'area, dove scavare, che cosa andare a cercare. Sempre a questo punto, si dovrà prendere una decisione ancora più strategica: procedere o no all'espropriazione. Sì, perché la gran parte dell'area indagata (la sorpresa in fondo) rientra in quella che è tuttora proprietà privata. Un tempo Torlonia, oggi Sforza Cesarini, l'invaso esagonale e i suoi uccelli palustri, e cioè il cuore di Portus e della sua memoria, sono separati (anche se visitabili a pagamento) dal resto delle strutture, di proprietà dello stato (visitabili gratuitamente).