L'architettura come metastasi benigna: da piccoli interventi grandi benefici. Per un città migliore e più felice Parla il padre della nuova Barcellona È nato nel 1925, l'anno in cui Le Corbusier chiudeva la rivista "Esprit Nouveau". Ma non ha perso la grinta. Né quelle idee-chiave che lo accompagnano da sempre: le città sono belle quando sono giuste; si rinnovano elevando la qualità dello spazio pubblico; l'eredità storica è importante, ma demolire non è un tabù; la buona architettura può migliorare la vita delle persone e la società stessa. Oriol Bohigas è stato un intellettuale di punta nella Catalogna antifranchista, nonché lo stratega principale (quattro anni da assessore all'Edilizia con il sindaco Maragall) della rinascita di Barcellona, "la città degli architetti", in vista delle Olimpiadi del 1992. Amico di lunga data di Vittorio Gregotti (con cui tra l'altro fabbricò, sotto Franco, un numero politicamente underground della rivista "Lotus"), crede tuttora nell'intervento pubblico, anche in economia. Bohigas è il grande vecchio dell'architettura catalana. "L'Espresso" lo ha intervistato prima del suo arrivo a Bologna, il 7 ottobre, dove terrà una lectio al congresso Saie, dedicato alle politiche di riqualificazione urbana. Professor Bohigas, negli anni Sessanta l'Italia insegnava l'architettura alla Spagna. Tra i Novanta e il Duemila sono state Barcellona e la Spagna a dar lezione all'Italia. Oggi, invece? "Oggi queste distinzioni sono difficili, in Europa. Allora Milano fu una città ispiratrice, anche nel design. Poi Barcellona si emancipò, fece passi avanti. E poiché la storia è un flusso continuo, ci si è riavvicinati". Lei è cavalleresco: Barcellona fece progressi straordinari, rispetto all'Italia. "Se Barcellona è diventata interessante è perché ha migliorato la metodologia del "fare città": imponendo un'urbanistica più reale". Più reale? Cosa significa? "Prima l'urbanistica ufficiale era irreale. Basata sui Piani regolatori, documenti di principio che non arrivano a definire la forma architettonica della città, che invece è importantissima. Non c'è città senza la forma e la qualità". Lei ha sostenuto a lungo che la buona architettura deve agire nelle città come una metastasi benigna: creare piccoli innesti che si allargano e, attraverso il buon esempio, diffondono la qualità. "Certo. Operazioni architettoniche anche piccole possono indurre cambiamenti radicali, a cominciare dai rapporti di prossimità. L'abbiamo visto con la Città Olimpica; è stato più difficile nella Ciutat Vella, la Città Vecchia, dove l'invasione incontrollata degli immigrati ha formato dei ghetti problematici...". È ancora possibile una regia politica, per indirizzare l'evoluzione delle nostre città? "Io lo auspico. Ci sono molti modi di intervenire: codificare gli spazi privati e pubblici nei singoli quartieri, indirizzare la rete dei trasporti, investire nell'arredo urbano e negli spazi verdi. Un buon sindaco dovrebbe pensare in termini architettonici, o essere aiutato a farlo". Oggi la buona architettura, a Barcellona come a Milano, ha competitori sempre più potenti: gli speculatori edilizi, travestiti da operatori trendy. È pessimista? "Un po' sì. Ma ricordiamoci che l'architettura mercantile c'era anche nell'Ottocento, mentre il barone Haussmann reimpostava l'urbanistica di Parigi. E se pensiamo all'edilizia dopo il 1950, è per il 90 per cento di cattiva qualità; l'edilizia pubblicata sulle riviste non arriva al 5. La storia dell'architettura moderna è, in realtà, una storia di cose orribili". In Costa Brava come in Brianza. "Purtroppo". Lei fu accusato, per la Villa Olimpica, di aver abbattuto fin troppo la memoria industriale di Barcellona. È sempre dell'idea che demolire, quando serve, fa bene e non dev'essere un tabù? "Conservare gli ambiti tradizionali della città è molto importante. Ed è un'idea moderna: fino a 150 anni fa non si praticava il recupero degli edifici o quartieri storici. Mentre oggi li guardiamo con rispetto e considerazione. Ma la città non può essere uno spazio turistico museale, una città di facciate, decorative e magari fasulle. Il cittadino ha diritto a vivere con servizi efficienti e comodità specifiche: aria, luce, igiene, comunicazioni. In Italia avete uno sviluppato senso della storia, ed è un bene. Però le Sovrintendenze spesso eccedono in conservazionismo, e per ragioni non solo ideologiche. Ripeto: la città non può essere un museo per il turismo organizzato. Parlavamo di questo già quando scrissi "La ricostruzione di Barcellona", nel 1985". Le città non possono espandersi all'infinito. Devono implodere e rinnovarsi al loro interno, senza consumare altro territorio. "L'Europa ha fatto tante esperienze in questo senso. Dall'Olanda, dove vecchie chiese sconsacrate sono diventate abitazioni, alla Ruhr, con la trasformazione dei siti minerari in musei, servizi civici, aree verdi...". L'americanizzazione avanza, tuttavia. "Avanza, sì. L'Europa deve difendere il suo modello: la città continua e delimitata. Mentre la città americana - non New York, non Boston - è dispersa, discontinua, piena di vuoti. In Europa non vogliamo il disordine dei vuoti". A Milano è entrato in politica un architetto: assessore alla Cultura. Può ancora incidere, un architetto, nell'amministrazione di una metropoli? "Può e deve incidere. Io ci credo ancora. E faccio a Stefano Boeri i miei auguri. Uno dei problemi della Spagna, negli ultimi anni, è che sono spariti gli architetti dalle amministrazioni pubbliche". C'è chi segnala un possibile conflitto d'interessi se un architetto fa la professione e, insieme, amministra o influisce su scelte strategiche. Lei come la vede? "Eh, insomma. Questo genere di conflitti è un tipico problema della democrazia. Ma in politica è preferibile un buon architetto ambizioso, che ha realizzato e fatto concorsi, che un pessimo architetto che ha lavorato poco ed è divorato dal rancore. Mi pare una regola abbastanza semplice...". n Da Franco a Woody Allen In architettura ci sono libri belli (per dire: una monografia di Tadao Ando con grandi foto puriste in black white) e libri utili. "Barcellona" di Chiara Ingrosso, edito da Skira (192 pagine, 32 euro), è un libro molto utile. Racconta a tutti i lettori di cultura, non solo alla classe degli architetti, la storia recente di una città mediterranea, e di un esperimento politico, tra i più affascinanti (il sottotitolo è "Architettura, città e società 1975-2015"). L'autrice, ricercatrice dell'Università di Napoli II, è una frequentatrice esperta e appassionata della città catalana, il che non le impedisce di riflettere sull'involuzione del modello. Anche se, forse, fatica a cogliere l'enormità della crisi economica spagnola di questi anni. Il modello Barcellona è analizzato intorno a una cesura: prima e dopo le Olimpiadi del '92. In realtà la storia è spaccata in quattro: gli anni Ottanta con la ricostruzione delle infrastrutture di base dopo il franchismo; gli interventi dell'espansione olimpica; la fase post Olimpiadi focalizzata sul turismo internazionale; e il post 2004, anno dell'altro grande evento, il Forum delle culture. Qui la Ingrosso non cela le critiche: l'identità tradita, la buona architettura diradata, il prevalere delle mire speculative, il cedimento ai singoli episodi in chiave star system. Anche se alcuni, come le recenti torri Fira di Toyo Ito, hanno una bella forza iconica, e non è una parolaccia. Nel libro intervengono lo stesso Oriol Bohigas e Josep Maria Montaner, che si permette un'osservazione beffarda: oggi la città vive di rendita ed è a rischio declino. Nonostante l'affettuoso film di Woody Allen. E. A.