Silvio Raffiotta sarà ospite domani a Rovereto. Coordinò le indagini per il recupero della statua ROVERETO - La storia del patrimonio archeologico è anche questo: fortuiti e rocamboleschi recuperi, spoliazioni al limite del diritto, contenziosi diplomatici e indagini giudiziarie. Domani, per il ciclo di conversazioni della 22a Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, di questa storia verrà raccontato un capitolo emblematico, "La Venere di Morgantina: cronaca del recupero di un capolavoro trafugato e prospettive del patrimonio culturale siciliano». Sul palco del Melotti di Rovereto, alle 17.40, due testimoni diretti: Silvio Raffiotta (ex procuratore capo di Enna che nel 1988 coordinò l'indagine sul trafugamento della statua e autore di «C'era una volta Morgantina», «A volte ritornano», «Caccia ai tesori di Morgantina») e Fabio Granata (parlamentare e già assessore regionale ai Beni Culturali in Sicilia). A Morgantina, area archeologica nella Sicilia centrale, nel 1979 scavatori clandestini recuperano due teste arcaiche in marmo, un tesoro di argenti di età ellenistica e una grande statua di epoca classica. Tre capolavori dell'arte greca confluiti nel mercato illegale e incautamente acquistati da collezionisti privati e musei americani. Dieci anni dopo, le dichiarazioni di alcuni «pentiti» portano all'indagine giudiziaria che apre un contenzioso con gli Stati Uniti; finalmente dalla scorsa primavera tutti i reperti sono a casa, al Museo Archeologico di Aidone. Silvio Raffiotta ci anticipa alcune sue riflessioni. Il momento più spinoso dell'inchiesta? «Nel 1998 il Ministero dei Beni Culturali vantava un dossier completo sull'esito positivo delle indagini del mio ufficio: la Venere era al Paul Getty di Malibù, gli Acroliti nella collezione Tempelsman e gli argenti al Metropolitan di New York. Nonostante le mie insistenze, non fu fatto nulla per la restituzione. Ebbi la mortificante sensazione che l'Italia subisse ancora i diktat delle lobby politiche e finanziarie». Cosa ha provato quando la statua è arrivata ad Aidone? «L'emozione che può provare un padre dopo un battaglia ventennale abbracciando il figlio cui avevano rubato l'identità». Il Ministro Galan ha prospettato la possibilità di dare alla Venere una collocazione più «idonea» rispetto al piccolo museo di provincia: cosa ha pensato? «Che volessero la Venere come trofeo di un'inesistente supremazia internazionale dell'Italia in archeologia ed approfittare dell'attenzione mediatica; per fare questo serviva un palcoscenico come Roma». La Sicilia gode di autonomia speciale in materia di Beni Culturali: fa tutto ciò che c'è da fare? «La Sicilia spende il 90 delle risorse per pagare stipendi; il resto, briciole, lo investe. Per la "Venere" sono stati spesi 500 mila euro giusto per garantirne la fruizione nel museo; nulla si è fatto per studiare il reperto, per eventi dedicati, per supportare la visita. Ma rimango convinto che quel capolavoro deve stare dove si trova; anche per denunciare questa contraddizione e muovere le cose». Così non viene sottratta a milioni di potenziali visitatori? «Un reperto archeologico racconta la sua storia solo se inserito nel territorio e circondato dai materiali in cui e per cui visse. Per restare alla nostra statua, impropriamente la indichiamo come "Venere" perché a Malibù l'avevano presa per tale, mentre si tratta di una Demetra, dea greca. Una falsificazione generata dalla decontestualizzazione; e questo in archeologia è un peccato mortale». La legislazione italiana per la tutela del patrimonio archeologico è adeguata? «Da noi lo scavo clandestino è punito meno del furto di una mela. E non esiste una norma che punisca chi acquista oggetti privi di certificata provenienza; chiunque può dire che glieli ha lasciati il nonno». «Turismo e Archeologia» per uscire dalla crisi economica: è possibile? «Nel settore turistico vale l'offerta globale di un territorio, non di una sola eccellenza. L'Italia può tornare ad essere, nel turismo, quello che era nel Settecento; ma occorre investire. La soluzione è nell'apertura ai privati nella gestione di parte del patrimonio». Su quali sfide si gioca il futuro dell'archeologia? «Nell'offrirla al mondo, che ha sete di bellezza, come l'esperienza umana più affascinante che esiste».