Mercogliano, direttore Unic che ha finanziato il recupero, prende le distanze dal metodo Della Valle L'Unic è una delle maggiori "forze" di Confindustria (i più importanti clienti delle concerie nazionali sono da sempre i produttori di calzature, a cui viene venduta quasi la metà delle pelli prodotte a livello nazionale (49 per cento). Segue la pelletteria (18 per cento), l'industria dell'arredamento (17 per cento), l'abbigliamento (6) e gli interni auto (5). Vi è infine un residuale 5 per cento destinato ad utilizzi fortemente marginali come legatoria e altro) ma il suo peso specifico non le consente ancora una decisa presa di posizione sulle recenti questioni legate a Della Valle, al manifesto dei cinque punti e all'uscita della Fiat e delle cartiere Pigna (per dirne alcuni) dall'organismo. Per il direttore dell'Unione industria conciaria Salvatore Mercogliano non è ancora il momento di fare riflessioni: «Non ne abbiamo ancora fatte e attendiamo le nostre assemblee per parlare di questi fatti recenti. Ci confronteremo ma credo anche che non sarà la conceria rafforzare o contrastare un'azione di Confindustria. I due-terzi del nostro fatturato vanno all'estero e quindi ci concentriamo su queste priorità.. Con Della Valle, però, in comune hanno una "passione". Anzi, il fondatore delle "scarpe a pallini" ha preso in prestito l'idea per il restauro di un monumento archeologico noto in tutto il mondo. Rispetto al budget messo a disposizione da Tod's per il restauro del Colosseo, però, i costi che ha dovuto sostenere l'Unione nazionale industria conciaria per l'antica conceria romana di Pompei sono stati decisamente inferiori. A testimonianza del fatto che non tutti i "mecenatismi" sono uguali, vengono considerati allo stesso modo oppure riescono a ottenere la stessa attenzione da parte dei media. Dottor Mercogliano, perché la scelta di Pompei? L'attenzione dell'Unic per il sito di Pompei ha diverse motivazioni: visibilità e ricerca di consenso esterno che occorre sia a una grande impresa che a una piccola associazione di categoria. L'amore per la cultura in alcuni è più spiccato e in altri no. Da noi è molto sentito. Non poteva che toccare a voi il restauro dell'Antica conceria romana... Infatti un aspetto più che vincolante, emerso di recente anche in un colloquio con il sottosegretario ai Beni culturali Riccardo Villari, è legato al forte desiderio di ritornare alle origini per andare a vedere che cosa facevano i nostri antenati per mostrarlo anche ai colleghi del resto del mondo che oggi ci "copiano". Durante i vostri tre anni di restauro a Pompei anche Diego Della Valle si è ispirato a voi per il restauro del Colosseo ottenendo, però, un ritorno maggiore... Ognuno ha il suo riscontro "mediatico" ma non è la ribalta che ci interessa. Ripeto, volevamo solo sapere di più dei modi e delle tecniche dei nostri antichi precursori ma quella di Pompei non è stata la nostra unica operazione: l'ultima in ordine di tempo riguarda il Palazzo Ducale di Venezia. La nostra, comunque, non è una categoria tale da poter ambire a una visibilità internazionale o anche nazionale per attività di questo tipo. Il conciatore è un imprenditore che oggi è industriale, nel passato era artigiano e prima ancora era ai margini cioè un piccolo "trasformatore" che utilizzava un "residuo" che altrimenti andava perso. Nell'essenza il mestiere è rimasto proprio questo anche se tecnologicamente si è evoluto. Non solo: ma oggi la conceria italiana primeggia nel mondo quindi è diventata un'industria che fornisce la moda e gli interni per le auto a livello altissimo. Un "attivismo" culturale silenzioso? Questo attivismo nel campo storico-culturale (abbiamo anche pubblicato libri di fiabe per bambini che avevano come "protagonista" una pelle o un manufatto in pelle) fa anche parte di un desiderio istintivo della conceria e del conciatore di accreditarsi presso l'opinione pubblica per dimostrare che non siamo quei "residui" della società economica così come la storia ci ha dato in eredità. Il vostro "quartier generale" è in Veneto ma l'Unic rappresenta uno dei pochi casi coraggiosi se si pensa agli investimenti al Sud. Abbiamo tre distretti e, appunto, il più grande è quello Veneto che si fa carico della metà della produzione italiana. Poi ce n'è un altro in Toscana e infine in provincia di Avellino a Solofra. Quest'ultimo sembrava in agonia e invece si è ripreso alla grande. La situazione degli ordinativi negli ultimi mesi è positiva. Il settore intravede un piccolo rallentamento ma lavora bene. Mantiene quel richiamo qualitativo e stilistico dei mercati internazionali. Il vostro fatturato per i due-terzi si poggia sull'estero. In Italia, invece, se si parla di internazionalizzazione assistiamo alla soppressione dell'Ice, uno degli istituti nazionali del commercio estero... Non ce ne siamo mai serviti. Il mercato lo fanno gli imprenditori o i loro portavoce e non un ente governativo.