I lucchetti dell'amore all'attacco di Bernini Quel Ponte sta lì da 1875 anni. Da quando l'imperatore Adriano ne volle la costruzione, nell'anno 136, perché i romani potessero raggiungere il Mausoleo che di lì a poco ne avrebbe accolto la tomba. Papa Gregorio Magno nel VI secolo ribattezzò ponte e castello «Sant'Angelo» dopo la leggendaria apparizione. Dante Alighieri, lo attraversò coi pellegrini per il Giubileo del 1300. Ci sono passate 63 generazioni e tante ce ne sono volute per arrivare agli sprovveduti che hanno cominciato ad attaccare i loro «lucchetti dell'amore» sui ferri battuti delle sue spallette. Ce lo ha segnalato un lettore, Michele De Luca, con poche e misurate parole di sdegno: «Purtroppo, dopo Ponte Milvio, anche questo complesso artistico di inestimabile valore ha incominciato ad essere aggredito dai lucchetti dell'amore, che di giorno in giorno, a grappoli, invadono sempre più sia le inferriate che i blocchi di pietra che impediscono sul ponte l'accesso delle macchine. E' un ennesimo episodio di degrado urbano e di attacco al patrimonio storico-artistico (unico) della capitale, che è non solo di noi che ci abitiamo ma senza alcuna retorica del mondo intero. Spero che il Comune si attivi subito, rimovendoli quotidianamente, per scoraggiare il propagarsi di questa mania». Ha ragione il signor De Luca, e le foto stanno a testimoniarlo. La mania dei «lucchetti» è solo l'ultima versione di una incultura un po' cialtrona figlia di questi nostri tempi senza memoria. Nacque all'improvviso, nel 2006, ad imitazione dei protagonisti di un romanzo di Federico Moccia. Per il povero Ponte Milvio, che consentiva di attraversare il Tevere due secoli prima di Cesare, ha avuto l'effetto di una epidemia. D'altronde comprare un lucchetto dal ferramenta costa pochi spiccioli, scriverci col pennarello il nome del proprio innamorato è gratis. Studiare la storia del primo ponte di Roma è molto più faticoso. Più volte nel corso degli anni i «lucchetti» sono apparsi in altri luoghi di Roma, ma Ponte Sant'Angelo era stato risparmiato. Forse gli angeli disegnati dall'anziano Bernini per Clemente DC nel 1660 si sono distratti. Certo è lecito dubitare che i ragazzi, schiavi di tanto banale conformismo, sappiano che non solo gli angeli, ma anche quelle grate in ferro battuto, così comode per agganciarci i lucchetti, furono disegnate dal Bernini. Che volle quelle spallette «aperte» per lasciare a chi attraversava il ponte la possibilità di vedere il fiume. E magari tenerlo d'occhio, ché il Tevere non sempre è stato benigno con i romani. Il 13 giugno dell'anno scorso il sindaco Gianni Alemanno volle coinvolgere lo scrittore Federico Moccia in una campagna contro il degrado e perla pulizia di Roma, dal titolo «Meglio un lucchetto di una scritta». Beh, avevano torto. Meglio niente. Meglio far studiare Ponte Sant'Angelo ai nostri ragazzi e riservare a questo gioiello un posto di riguardo nel cuore dei romani che amano la propria città. Non costa molto più di un lucchetto e fa meno danni.