Data di pubblicazione: 03.10.2011 Trent'anni dopo la morte del primo sindaco comunista della Capitale, un libro di Ella Baffoni e Vezio De Lucia. Per ricordare Luigi Petroselli a trent'anni dalla improvvisa morte mentre era sindaco, bisognerebbe cominciare - come Milos Forman ha fatto in «Amadeus», la vita di Mozart - dai suoi funerali piuttosto che da quando nacque o da quando, primo comunista, indossò la fascia tricolore. Una lunga coda di gente in Campidoglio, il feretro, la giunta, i fiori, i vigili in alta uniforme. Ma soprattutto, dopo, tutta la città a seguire, partendo dal Comune, il corteo funebre. I compagni di partito, è ovvio, i simpatizzanti politici. Un anno prima il Pci aveva sfiorato il 36, la Dc rimasta sotto il trenta. Ma, ancora, tutti gli altri. Cittadini, romani. Un'infinità, attraversati da un'emozione collettiva. Perfino gli avversari politici, i più duri, gli resero omaggio. Il giornale-contro, Il Tempo, fece un editoriale firmato da Gianni Letta da far venire i brividi. Per la commozione. Non erano in molti ad aver voluto bene a quel carattere tosto, ma tutti lo rispettavano. Due soli anni da sindaco, dal settembre 1979 al 7 ottobre 1981. Nemmeno il tempo di fare tante cose. Ma Petroselli fece grandi cose. Fece immaginare che la città potesse essere unificata, il centro borghese con le immense periferie popolari, tutti con lo stesso diritto a vivere civilmente. Dette una visione alta, adeguata alla sua storia, al ruolo della Capitale: ma senza retorica, offrendole una prospettiva di valorizzazione della sua maggiore ricchezza, l'archeologia. Risanamento delle borgate, via le baracche, nuova edilizia sociale, ma anche il grande Progetto Fori ispirato da Antonio Cederna: un parco archeologico dai Castelli all'Appia Antica fino ai piedi del Campidoglio dove, alla vigilia di Natale dell'80, iniziò a smantellare personalmente, piccone alla mano, via della Consolazione all'insaputa del sovrintendente La Regina. Avrebbe voluto farlo anche con via dei Fori Imperiali. Anni di piombo, con morti ammazzati, e lui, dal cassone di un camion giù allo sprofondo, a dare coraggio alla gente impaurita. Portò la più potente lobby romana, i costruttori, a convincersi che potevano guadagnarci anche facendo bene il loro lavoro in un quadro di sviluppo urbano corretto, senza speculare sulle aree. Il suo orizzonte politico e culturale era la città di Roma, lui viterbese figlio di un tipografo, anni da seminarista, liceo, università. E fece del cambiamento di Roma il suo obbiettivo politico: l'«etrusco» non puntava ad altro, prima come segretario comunista, poi come sindaco. Con il leader del Pci Enrico Berlinguer, che sarebbe morto tre anni dopo come lui, mentre parlava di politica, non andava molto d'accordo: meglio i socialisti dei democristiani. Un libro si affianca al ricordo, che si terrà nei prossimi giorni in Campidoglio, della figura di Petroselli. Una storia dell'urbanistica romana degli ultimi decenni centrata sul ruolo che vi ebbe il primo dei due sindaci comunisti eletti a Roma (l'altro fu Ugo Vetere. Veltroni non lo è «mai stato»). Il racconto di Vezio De Lucia ed Ella Baffoni mette insieme le capacità dell'urbanista e di una giornalista nel descrivere il percorso tormentato che le idee di Petroselli sulla città hanno dovuto affrontare fino ad oggi, quando il progetto Fori è dimenticato, lo sviluppo urbano, ormai privo di edilizia popolare, «subisce le conseguenze del Pianificar facendo» e ne viene trascurata la sua proiezione metropolitana. La Roma di Petroselli - Il sogno spezzato di una città per tutti, Ed. Castelvecchi) rinuncia allo schema agiografico preferendo fissare il contesto politico, istituzionale e sociale prima, durante e dopo il biennio del dopo Argan, il prestigioso storico dell'arte scelto da Petroselli, suo successore, per favorire il consenso al clamoroso avvento di un'amministrazione «rossa» nella città del Papa, una situazione delicata anche sul piano internazionale. Libro di storia della città, fa comprendere quanto sia stato importante l'aver lanciato tanto tempo addietro idee di autentica modernità in una «Roma eterna immobile e immobiliare» (Carlo Levi). Dalle denunce di Aldo Natoli del nuovo «sacco di Roma» degli anni Cinquanta, quando un certo Bardanzellu era al tempo stesso al vertice della Società Generale Immobiliare e assessore al Patrimonio, al prorompere dell'abusivismo che dallo stato di «necessità» si trasformò poi in speculativo senza trovare un freno neppure nel Pci, dai successi elettorali della sinistra a metà anni Settanta alle battaglie ambientaliste, da Tor Bella Monaca agli espropri, alle lottizzazioni convenzionate, alla rinuncia, infine, di un organico tentativo di modernizzare questa città: De Lucia e Baffoni non interpretano nulla, si limitano a raccontare i fatti. La «Roma di Petroselli» si chiude con un impietoso paragone tra il sindaco di allora e quello di oggi. Alcune testimonianze, infine, evocano la figura di chi, secondo una definizione del repubblicano Oscar Mammì presente al momento dell'elezione, fu «il primo figlio del popolo a guidare la Capitale». Con quella sua faccia da muratore, disse qualcuno.