Nonostante i tagli a finanziamenti e donazioni il settore vince la crisi Ai beni culturali non servono solo archeologi, archivisti e restauratori: si apre una nuova stagione di lavoro per comunicatori e manager, da impegnare per valorizzare il patrimonio nazionale. Un processo ancora in corso, che lascia intravvedere margini per lo sviluppo di nuovi ruoli. Nel ministero guidato da Giancarlo Galan si guarda al futuro spingendo la nascita di nuove figure professionali accanto ai profili tradizionali: per sfruttare al meglio il patrimonio esistente e dare più servizi a quelli che bisogna definire «clienti» più che visitatori. Con la complicità anche della multimedialità. Ecco quindi strateghi della pubblicità che vengono spinti a dar vita a spot innovativi e campagne di comunicazione aggressive, e manager della cultura tesi a produrre iniziative capaci di creare fatturato anche a breve termine, con l'aiuto degli addetti alla gestione degli spazi cosiddetti aggiuntivi, dei gestori delle librerie e delle strutture di accoglienza. D'altra parte, la rete dei beni culturali, costituita da 3.800 musei e 1.800 aree archeologiche, se si considerano, oltre ai luoghi d'arte statali, anche quelli gestiti dalle amministrazioni locali, è capace di creare un indotto che produce un valore aggiunto di 167 miliardi di euro e assorbe circa 1,5 milioni di occupati. Un'occupazione di qualità in settori spesso ad alto contenuto innovativo e potenzialmente competitivi, che pub costituire un'opportunità per migliaia di giovani. Un settore in fermento e che nonostante tutto resiste ancora al vento della crisi. Alcuni numeri del settore. E' un comparto che frutta all'Italia quasi il 4,9 della ricchezza prodotta (68 miliardi di euro) e dà lavoro a un milione e mezzo di persone, il 5,7 dell'occupazione nazionale. Superiore, tanto per fare un esempio, al settore della meccanica e dei mezzi di trasporto. Sono i dati contenuti dello studio «L'Italia che verrà, Industria culturale, made in Italy e territori», realizzato da Unioncamere e da Fondazione Symbola, un rapporto che punta a quantificare il peso della cultura nell'economia nazionale. La ricerca descrive la cultura come un settore dinamico e rivolto al futuro, inquadrandola come un fattore trainante per una gran parte dell'economia italiana, sicuramente una delle leve per ridare fiato a un paese in apnea. Evidenziando la tendenza del triennio nero 2007-2010: la crescita del valore aggiunto delle imprese del settore della cultura è stata del 3, 10 volte tanto l'economia italiana nel suo complesso ( 0,3). Dato che si riflette sul numero di occupati: saliti di quasi un punto percentuale ( 0,9, 13 mila posti) a fronte della pesante flessione del 2,1 subita a livello complessivo. Ancora: il saldo della bilancia commerciale del sistema produttivo culturale nel 2010 ha registrato un attivo per 13,7 miliardi di euro. A livello di economia complessiva, invece, la bilancia indicava -29,3 miliardi. L'export di cultura vale circa 30 miliardi di euro e rappresenta 1'8,9 sull'export complessivo nazionale; l'import è pari a circa 16 miliardi di euro e costituisce il 4,5 del totale. Gli investimenti del settore. A fronte di così buoni risultati, calano però gli investimenti. Non solo pubblici (33 in cinque anni), ma anche privati. Secondo il rapporto annuale di Federculture realizzato nel 2010 gli investimenti sono scesi di 181 milioni di euro rispetto al 2009 (-9,6). A diminuire sono le sponsorizzazioni (-30), le erogazioni delle fondazioni bancarie (-20,5) e le donazioni delle imprese (-7). Ma non solo, perché sempre scorrendo i dati si scopre che, negli ultimi cinque anni, l'intervento dello stato nella cultura è sceso di oltre il 30: la dotazione del Mibac è infatti passata dai 2.201 milioni di euro del 2005 ai 1.509 previsti per il 2011. Solo nell'ultimo anno tra i12010 e i1 2011 la caduta delle risorse è stata quasi il 12. A ciò si aggiunge il crollo del finanziamento statale dello spettacolo: il Fondo unico per lo spettacolo dal 2005 è quasi dimezzato e per il 2011 si prevede uno stanziamento di 258 milioni di euro. Se il sistema culturale nei territori ha retto, dicono i protagonisti del settore intervenuti agli Stati generali è solo grazie agli enti locali. Ma anche questi ultimi oggi sono in grandissima difficoltà: già tra il 2008 e il 2009 (ultimo dato Istat disponibile) i comuni hanno diminuito i loro impegni per il settore culturale del 3,8 e le province del 15,9. Ma qual è quindi il problema? Per Roberto Grossi, presidente Federculture, «non è stata sviluppata in Italia un'industria culturale: sono ormai ineludibili le riforme per nuove norme fiscali e nuovi modelli di gestione che non vedano più i privati semplicemente sponsor ma partner, va esteso il meccanismo del 5 per mille al teatro e alla musica, vanno rivisti i meccanismi di spesa di Arcus per dare priorità a progetti di sviluppo che creano anche occupazione e, infine, in un momento difficile come l'attuale vanno perseguite forme di collaborazione tra operatori e istituzioni culturali». Tutto ciò senza trascurare, ma piuttosto considerandole tra gli elementi prioritari di quella che Grossi chiama «rivoluzione culturale», l'educazione e la formazione, fondamentali per rilanciare le figure professionali («le stiamo perdendo, perché non ci abbiamo investito») e ampliare la fruibilità della cultura. La colpa, per Grossi, «è dell'università, ormai autoreferenziale», vista come un'istituzione che tende solamente a formare una nuova classe accademica, senza alcun rapporto con il mondo contemporaneo. Non è un caso che Federculture non arruola più stagisti provenienti dalle facoltà universitarie.