Domani apre a Firenze la XXVII edizione della Biennale dell'Antiquariato: un'ottima occasione per rivedere Palazzo Corsini, bellissimo anche trasformato nella vetrina mondana del mercato dell'arte del passato. Ma più alto della qualità, a volte davvero sostenuta, delle opere in vendita, rischia di essere il livello della retorica, leggermente ipocrita, che celebra l'iniziativa. Come ad ogni edizione, vengono per esempio tributati grandi elogi alla sensibilità culturale dei padroni di casa, i Corsini: e nessuno ricorda che la mostra affitta proprio le sale che i sensibilissimi principi 'liberarono', nel 1994, smembrando e mettendo all'asta la mirabile e rarissima biblioteca d'arte di don Tommaso Corsini (1835-1919). Ma, ormai è noto, con la cultura non si mangia. Fa dunque un po' sorridere che la soprintendente di Firenze Cristina Acidini definisca la Biennale addirittura «un momento altissimo per confermare la consapevolezza d'essere tutti partecipi, nel pubblico come nel privato, della conoscenza e della salvaguardia di opere e oggetti d'arte». Forse sarebbe meglio dire le cose come stanno, e cioè che i mercanti d'arte fanno il loro rispettabilissimo mestiere, e che la conoscenza e la salvaguardia dovrebbero invece essere affidati alle soprintendenze. Più schiettamente, sulla stessa pagina del Domenicale del Sole 24 Ore, Antonio Paolucci scrive che la «caratteristica che rende particolarmente apprezzabile la Biennale fiorentina dell'antiquariato è il fatto che le opere che vengono esposte nei vari padiglioni sono esportabili. Perché c'è sempre il rischio che quando qualcuno acquista qualcosa da un antiquario, poi l'Ufficio esportazione glielo blocchi». Uno dei privilegi della pensione è dire finalmente ciò che si pensa, e non è difficile capire da che parte batta il cuore dell'ex ministro dei Beni culturali, ora felicemente passato a un altro Stato (quello Vaticano). Quelle italiane prevedono che le opere di rilevante interesse culturale non possano lasciare il Paese: una saggia limitazione della proprietà privata introdotta, proprio a Firenze, nei primi anni del Seicento grazie alla quale l'Italia possiede ancora un patrimonio artistico. Oggi, tuttavia, la pressione degli interessi privati è tanto forte che le soprintendenze tendono a trattenere solo ciò che lo Stato può comprare: una polarizzazione che stravolge il modello italiano di tutela e che, in tempi di crisi economica, rischia di risolversi in un 'bomba libera (quasi) tutti'. Il prossimo 12 ottobre, per esempio, andrà all'asta da Dorotheum, a Vienna, un'Incoronazione della Vergine del pittore bolognese Simone dei Crocifissi che, secondo il catalogo di vendita, costituiva la parte centrale di un polittico monumentale che «nel XVII secolo si trovava nella distrutta chiesa di San Michele del Mercato di Mezzo a Bologna. Qui Carlo Cesare Malvasia (1686) ricorda "nel primo altare l'antica tavola fatta a spargimenti dorati fra le tante altre figure, la Incoronata nel mezzo, e che servì già per tavola dell'altare maggiore Ha scritto sotto: symon fecit hoc opus"». Dunque una tavola di fine Trecento, firmata, attestata dalle fonti e di riconoscibile provenienza ecclesiastica: vale a dire un'opera che andava assolutamente bloccata. E che invece è uscita con l'autorizzazione di una soprintendenza, e insieme alle altre che componevano una collezione bolognese. Tutto questo è possibile a causa del progressivo smantellamento degli uffici di tutela, e a causa della sudditanza agli interessi privati invalsa sotto Sandro Bondi e sotto la direzione di Roberto Cecchi. Una sudditanza che faceva entrare e uscire avvocati di parte da comitati che dovevano dare pareri scientifici, e che ora fa sì che nel gruppo di opere pubbliche improvvidamente spedite a Cuba dalla debolissima Soprintendenza di Roma si trovi anche un discutibile quadro appartenente all'antiquario di fiducia di Silvio Berlusconi. Ecco cosa rischia di celebrarsi, quest'anno, a Palazzo Corsini: la debolezza dello Stato, la forza degli interessi privati.