La politica culturale e turistica dell' Italia passa in gran parte per le attività dei Comuni, delle Province e delle Regioni. È questo che, con un certo orgoglio, sono venuti a rivendicare a Firenze gli Assessori alla Cultura e al Turismo dei Comuni, delle Province e delle Regioni. Quasi degli Stati Generali di coloro che hanno responsabilità pubbliche a livello locale, aperti al contributo appassionato e prezioso di banche, associazioni no-profit, privati, con il Governo poco presente. E i dati presentali sembrano dare loro ragione. È stato ricordato che i musei gestiti dai Comuni sono circa 1.800 e rappresentano il 43,4 del totale. Tre volte più dei musei statali, con 30 milioni di visitatori. Ed è proprio a livello locale che si sono sperimentati, e spesso con successo, nuovi modelli di gestione che hanno consentito di incrementare l'occupazione ma anche i visitatori. E che ci fosse la necessità di provare a mettere insieme chi promuove cultura con chi organizza l'offerta turistica lo dimostra un altro dato. Nel 2001 su 900 milioni di presenze turistiche il 23 si è concentrato nelle città d'arte con un fatturato che si aggira intorno ai 20 milioni di euro. La ragione sta nel fatto che i Comuni con una vocazione o un'attrattiva o un pretesto turistico sono, secondo recenti indagini, 3.123 su 8.100, esclusi i capoluoghi di regione. La consapevolezza di questo straordinario patrimonio e le opportunità che ne derivano, in particolare per lo sviluppo del turismo, ha determinato un forte incremento della spesa in entrambi i settori da parte delle Regioni. Nel 2001 al turismo sono andati circa 800 milioni di euro e nel settore della Cultura e dei Beni culturali oltre 1.100 milioni di euro. Cifre imponenti, in costante crescita nell'ultimo triennio, che ricalcano quanto avviene a livello comunale e provinciale. Testimonianza concreta di una nuova consapevolezza del sistema delle autonomie locali che contraddice ampiamente chi si ostina a ritenere che il federalismo, improntato a principi solidali e in forme equilibrate, debba essere escluso dal settore dei Beni culturali. Ed è proprio questo scarto tra la realtà e la politica che ha messo a nudo una delle questioni che hanno attraversato i lavori dell'Assemblea. Una gestione ancora troppo centralistica del patrimonio culturale contrasta totalmente con quanto avviene nel turismo dove tutte le competenze sono state trasferite alle regioni, il risultato finale è che manca una politica coordinata tra i due settori al centro come in periferia. Laddove si sono avviate esperienze innovative, con programmi e progetti coordinati, il merito va attribuito principalmente agli attori locali sia pubblici che privati. Città importanti senza grandi tradizioni nel turismo culturale, a seguito di crisi industriali (Torino, Milano ma anche La Spezia), hanno saputo riconvertirsi, investendo in cultura e turismo, con risultati molto interessanti. Ed hanno fatto quasi tutto da soli. Così come città piccole e medie hanno occupato mercati di nicchia, dando valore alle tradizioni, ai paesaggi, sposando un turismo compatibile con il rispetto dell'ambiente. Se questa è la situazione non si tratta di chiedere più intervento statale. A Firenze Amministratori locali e rappresentanti dei privati hanno soprattutto chiesto che si definiscano poche regole e chiare. Che si stabilisca una volta per tutte «chi fa che cosa» per uscire da un conflitto istituzionale sempre più grave e da una logica di sospetti e prevenzioni tutte le volte che si intravede la possibilità di estendere la collaborazione tra pubblico e privato. Hanno proposto di scommettere sulla formazione e la promozione dei Distretti culturali (con qualche dubbio tra i presenti). Per questo hanno chiuso i lavori proponendo di sottoscrivere un Patto per la Cultura. In tempi difficili dell'economia nazionale e internazionale aprire una stagione di confronto e non di scontro è quanto di più sensato si possa fare per assicurare una fase di sviluppo al Paese.