Renzi-teste depone per 4 ore al processo: "Per costruire ci voleva la gara" Sentito come ex presidente della Provincia: la nostra posizione in contrasto con Biagi «Anche i più ignoranti di diritto si rendono conto che esiste una gerarchia di norme e che una legge conta più di una convenzione. Per noi la convenzione stipulata dal Comune con la Fondiaria era contra legem». Lo ha ripetuto uninfinità di volte il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che ieri ha deposto come testimone per oltre 4 ore in aula bunker al processo per corruzione e turbativa dasta sulla tormentata urbanizzazione dellarea di Castello di proprietà Fondiaria Sai. Processo nel quale sono imputati, fra gli altri, gli ex assessori Gianni Biagi (urbanistica) e Graziano Cioni (sicurezza) della giunta guidata da Leonardo Domenici, e il patron di Fondiaria Salvatore Ligresti. Rispondendo agli avvocati e al pm Gianni Tei, che con la collega Giuseppina Mione sostiene laccusa, Renzi, che è stato presidente della Provincia dal 2004 al 2009, ha detto che sin dallinizio del suo mandato si pose lobiettivo di riunire in ununica sede i circa 900 dipendenti dellente. Lipotesi di realizzarla ex novo a Castello era «naturale», «sia perché era previsto anche il trasferimento della Regione, sia perché lurbanizzazione sembrava imminente». «Nel gennaio 2006 firmiamo un protocollo di intesa con Comune e Regione, un atto di indirizzo che stabilisce il trasferimento delle sedi di Provincia e Regione a Castello. Questo protocollo ha però un momento di stop quando la Provincia non si trova daccordo con la decisione del Comune di affidare al proprietario dellarea la costruzione della propria sede, perché ciò è contra legem. E quindi per noi il progetto Castello si arena». Nel corso delludienza il sindaco è costretto a ripetere non meno di una decina di volte lo stesso concetto: la legge impone una gara pubblica per la costruzione (e anche per la progettazione) delle sedi di funzioni pubbliche. Invece la convenzione del 18 aprile 2005 fra Comune e Fondiaria attribuiva al proprietario dellarea, cioè Fondiaria Sai, «la facoltà di realizzare a propria cura e spese unimportante sede amministrativa di funzioni direzionali pubbliche». «Questa nostra posizione - ha spiegato Renzi - ha causato contrasti con lamministrazione comunale e in particolare con lassessore Biagi, perché allinizio il Comune riteneva che della gara pubblica si potesse fare a meno». Il piano Castello finisce nelle «sabbie mobili». A fine 2007 la Provincia rompe gli indugi e toglie dal bilancio di previsione la posta relativa alla costruzione del nuovo edificio. Nel gennaio 2008 pubblica un bando per la ricerca di una sede nel centro cittadino. «Gli uffici mi dicevano: ci sarà la fila per le offerte. Invece ne arrivò soltanto una, quella sullex palazzo Telecom in via Masaccio, a un prezzo troppo alto e con il problema di un vincolo urbanistico (il simbolo di un fulmine, noi lo chiamavamo la "scossina") che avrebbe richiesto un cambio di destinazione. E il mio assessore mi disse che Biagi non ce lavrebbe data. Lassenza di altre offerte ci colpì molto. Poi, a fine 2008, quando sono uscite le intercettazioni, ho capito il perché». Secondo le accuse, lassessore Biagi intervenne presso alcuni imprenditori per indurli a non presentare offerte. «Lassessore allurbanistica non gradiva la nostra scelta di cercare unaltra sede». «Però il bando servì», ha detto Renzi: «Allinizio solo una persona con il prosciutto sugli occhi poteva non vedere una contrapposizione fra Comune e Provincia, ma guarda caso nel marzo 2008, dopo il bando, si sblocca la situazione. Non eravamo più dei marziani a dire che occorreva una gara pubblica. Anche il Comune aderisce al principio e gli avvocati trovano lescamotage che prevede lacquisto da parte nostra dellarea: una soluzione che comunque noi dovevano studiare scrupolosamente». Nel settembre 2008 il braccio destro di Ligresti, Fausto Rapisarda, offre ufficialmente a Renzi larea in vendita. Due mesi dopo scoppia linchiesta e tutto si blocca.