Il problema nonè certo quello di inventarsi su due piedi paragoni mirabolanti e «da circo» per Porta Nuova. Magari sognandola come la Galleria di Milano, il Beaubourg di Parigi o addirittura come un Ground Zero in salsa subalpina, senza ovviamente la tremenda tragicità di quello newyorkese. Il problema semmai è quello di restare con i piedi per terra, prendendo atto - per prima cosa - che oggi Porta Nuova continua a essere una stazione ferroviaria (quanto efficiente, innanzitutto, e quanto adeguata per i servizi fondamentali che essa dovrebbe offrire ai propri utenti: cioè farli soprattutto farli viaggiare bene ?). Subito dopo, del fatto che sono ancora in corso, al suo interno e al suo esterno, grandi e costosi lavori di rinnovamento (e tutti legati alla sua vocazione storica: quella, appunto, di essere una stazione ferroviaria). INFINE, della circostanza secondo la quale qualsiasi tentativo di un riutilizzo della vecchia stazione dovrà fare i conti con una scelta preventiva: vogliamo che i treni continuino ad arrivare nel centro di Torino o che invece si fermino al Lingotto? Quest' ultima possibilità fu coltivata a lungo nell' ultimo quarto del secolo scorso, sull' onda di due diversi entusiasmi: quello legato ai lavori del Passante ferroviario, in grado di restituire a Torino la piena continuità del suo tessuto urbano in superficie, e quello un po' onirico e un po' avventato della progettazione olimpica segnata da velleità poi rivelatesi spesso, un decennio più tardi, impossibili o senza prospettive concrete. La grande illusione prevedeva la copertura dell' attuale sede dei binari, riunificando via Sacchi e via Nizza, la nascita d' insediamenti per il terziario e per la ricerca universitaria e, infine, il formarsi di un piccolo polmone verde nel cuore della città. Alternativa, invece, la soluzione ferroviaria: una nuova stazione "di testa" al Lingotto, e dunque la prosecuzione del viaggio di andatae ritorno verso il centro grazie al metrò, oppure l' interramento dei binari e il mantenimento della vocazione "ferroviaria" per Porta Nuova. Com' è ovvio, al di sotto di quell' affascinante discussione culturale e urbanistica, era possibile intravedere anche formidabili interessi speculativi su aree ben precise e ben note, a cominciare dal riutilizzo della fabbrica del Lingotto, un argomento che in quell' arco di tempo (quando pensare a una profonda crisi della Fiatea un ridimensionamento decisivo della sua presenza a Torino sembrava impossibile) occupò molto - alla luce del sole, ma anche a livelli più riservati - l' impegno di forze industriali, finanziarie e politiche. Non a caso, il dibattito sul destino di Porta Nuova ebbe come protagonista in prima persona da Gianni Agnelli, in un' epoca in cui in questa città si respirava ancora un' aria di consenso attorno alla consuetudine che fosse la sua famiglia più importante a dar via alle svolte fondamentali del futuro di Torino. Così, in una celebre intervista rilasciata in occasione del ritorno della sede della Fiat al Lingotto e parlando nello studio che era stato del nonno, l' Avvocato indicava al suo interlocutore la grande distesa dei binari e li immaginava già ricoperti dal verde o da architetture avveniristiche. Erano più o meno gli stessi anni durante i quali suo fratello Umberto si faceva apripista di un' altra proposta, poi per fortuna accantonata: quella di spostare dalla sua sede storica il Museo Egizio, trasferendolo o a Venaria o proprio in quella Porta Nuova finalmente liberata dai treni. Oggi si ricomincia e la discussione è altrettanto affascinante e immaginifica. Ma suona un po' surreale nell' Italia e nel mondo della grande crisi, dei tagli ai bilanci internazionali, nazionali e locali. E dove spesso la realtà del dopo divora le illusioni del prima: bellissimo e importante, per esempio, l' arco olimpico che scavalca proprio quei binari e che collega con la sua passerella il Lingotto a piazza Galimberti. Ma chi l' avrebbe mai detto, in quei giorni di dolci e irrefrenabili megalomanie, che ai suoi piedi sarebbero poi cresciute le erbacce negli ex Mercati Generali rifatti e oggi deserti? E, in questo futuro incerto non solo per Torino, ma per il mondo, da dove arriveranno mai i soldi per riempire di realtà i sogni, quando persino la realizzazione della "linea 2" del metrò sembra costretta ad affidarsi a un enorme «pagherò» che ha i contorni di una riffa pubblica?
TORINO - futuro e realtà di Porta Nuova
Il problema di Porta Nuova a Torino è quello di trovare un equilibrio tra la sua vocazione storica di stazione ferroviaria e il riutilizzo del suo spazio. I lavori di rinnovamento in corso e la scelta tra il mantenimento della vocazione ferroviaria o la creazione di un nuovo centro commerciale al Lingotto sono due delle sfide principali. Il dibattito sul destino di Porta Nuova è stato affascinante, con proposte come la copertura dei binari e la creazione di un polmone verde, ma anche interessi speculativi su aree come la fabbrica del Lingotto. Il futuro di Porta Nuova è incerto e dipende dalla disponibilità di fondi per realizzare i progetti.
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