CEMENTO libero, edilizia selvaggia. Non sarebbe certamente uno slogan di successo per una campagna promozionale o pubblicitaria sul turismo in Sardegna. E in realtà il nuovo Piano paesaggistico regionale minaccia di danneggiare, oltre all'ambiente, anche lo sviluppo e l'economia dell'isola. Bastano 90 pagine e 76 articoli per provocare un tale disastro? Sì, purtroppo possono bastare. Non solo per le deroghe predisposte dalla giunta Cappellacci che di fatto smantellano i vincoli introdotti dal predecessore, Renato Soru, autorizzando così un assalto al territorio e in particolare alle coste. Ma ancor più per il metodo centralistico e autoritario con cui la Regione ha impostato il suo Piano, eliminando la procedura delle "intese" e quindi il confronto con le amministrazioni locali nella fase progettuale per sostituirlo con un bombardamento mediatico a colpi di pagine a pagamento sui giornali. Più che eccessivi, i limiti fissati a suo tempo da Soru potevano risultare arbitrari e addirittura inefficaci: il divieto di costruire entro due chilometri dal litorale, nonostante le migliori intenzioni, rischiava di risultare - come qui abbiamo già scritto allora - troppo o anche troppo poco, a seconda dei casi, della conformazione della costa e delle sue caratteristiche. Ma adesso la possibilità di deroga addirittura all'interno della fascia finora superprotetta di trecento metri dalla battigia, a favore delle strutture ricettive esistenti, è senz'altro insufficiente per salvaguardare l'integrità del paesaggio, tanto più nei tratti di particolare pregio. Non c'è dubbio che, per alimentare l'industria del turismo, occorre realizzare nuovi edifici e nuovi impianti, magari riqualificando prima il patrimonio recuperabile. E in questa prospettiva, gli alberghi, i porti e i campi da golf - contemplati nel Piano paesaggistico regionale - possono contribuire allo sviluppo locale, a condizione ovviamente che i rispettino la natura e l'ambiente. Altrimenti, con gli eco-mostri o con gli scempi edilizi, i turisti non arrivano o se ne scappano presto. In una terra meravigliosa come la Sardegna, e in tutte le altre regioni meridionali privilegiate dal sole e dal clima, si può e si deve alimentare un turismo sostenibile, cioè compatibile con la tutela dell'eco-sistema, cercando di allungare la stagione al di là dei due o tre mesi estivi in modo da favorire l'occupazione nel settore alberghiero e in tutto l'indotto. E perciò servono gli alberghi, i porti e a maggior ragione possono servire gli impianti golfistici, in grado di richiamare anche in pieno inverno visitatori italiani e stranieri che diversamente vanno in Spagna, in Portogallo, in Marocco, in Tunisia o da qualche altra parte. Si tratta, però, di stabilire dove e come costruire questi alberghi, questi porti o questi campi, per ridurre al minimo e magari azzerare il loro impatto ambientale. Quello che occorre, in Sardegna o altrove, è dunque un sano riformismo verde che rifugga dagli "opposti estremismi", tutto o niente, due chilometri o trecento metri e anche meno, per conciliare le esigenze dello sviluppo con le ragioni del territorio. A volte è proprio l'eco-radicalismo a provocare reazioni uguali e contrarie, offrendo involontariamente un alibi alle truppe delle ruspe e del cemento, agli speculatori, ai saccheggiatori del paesaggio. O perfino a chi impugna la bandiera ambientalista per difendere solo i propri interessi, le proprie tenute o residenze al mare o in campagna. È una specie di "effetto Nimby" alla rovescia, dove l'acronimo "not in my back yard" (non nel mio giardino o nel mio cortile) - coniato per descrivere l'atteggiamento comune contro le centrali nucleari - si può estendere e applicare al contrario a certi "signori dell'ambiente" che spesso predicano bene e razzolano male.
L'ultimo assalto a colpi di spot
Il nuovo Piano paesaggistico regionale della Sardegna è stato criticato per le deroghe che consentono la costruzione di strutture ricettive esistenti entro la fascia di 300 metri dalla battigia, a favore delle strutture esistenti. Questo minaccia di danneggiare l'integrità del paesaggio e l'ambiente. Il piano è stato criticato anche per il metodo centralistico e autoritario utilizzato, che elimina il confronto con le amministrazioni locali nella fase progettuale. Il governo regionale è stato accusato di smantellare i vincoli introdotti dal predecessore, Renato Soru, e di favorire l'industria del turismo a scapito dell'ambiente.
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