Sanatoria, guerra alle regioni ribelli Palazzo Chigi impugna le norme sul condono edilizio di 5 regioni. «Svuotano la sanatoria del governo». Lo scontro con gli enti locali torna così alla Consulta Vendetta, tremenda vendetta. O forse corsa ai ripari. Incassato il magro risultato economico del condono edilizio - anche se ufficialmente l'obiettivo è stato raggiunto - il governo ha annunciato il ricorso alla Consulta contro le leggi restrittive di Campania, Veneto, Umbria, Marche e Lombardia. Cinque ricorsi con motivazioni sul limite del cavillo legale e un unico obiettivo di fondo: la riapertura anche solo parziale dei termini appena scaduti. Che palazzo Chigi si arrabbiato con i governatori anti-sanatoria non è una novità. Un anno fa di questi tempi, furono proprio i ricorsi alla Consulta delle regioni a bloccare gli effetti del condono edilizio. Nel 2003 i contabili della Cdl avevano puntato parecchie speranze sulla sanatoria. Col primo governo Berlusconi (1994) la mossa aveva funzionato e la speranza era che tutto filasse liscio anche sta volta. Prima ancora che la legge fosse definitivamente approvata, però, alcune regioni avevano annunciato il ricorso alla Corte costituzionale. Scacco. Nel timore di passare da «condonati» ad «autodenunciati» gli abusivi dello stivale avevano preferito non presentare domande e non pagare la «multa» per mettersi in regola, almeno fino alla sentenza della Consulta del 28 giugno o alla approvazione delle leggi regionali del novembre scorso. Nonostante i termini siano stati allungati più volte, la magia del condono non è più tornata. Gli incassi, anzi, sono stati parecchio deludenti, anche se due giorni fa palazzo Chigi ha fatto sapere che dalla prima rata del condono (scaduta il 10 dicembre) sono arrivati 962 milioni, ovvero il 30 dei 3,2 miliardi di euro previsti, e che l'obiettivo sarebbe stato raggiunto. La mossa del governo contro le regioni è ardita, soprattutto perché le leggi regionali sono state tutte scritte dopo la sentenza della Consulta (la numero 196) arrivata lo scorso giugno, che sanciva i limiti per lo stato e quelli per le regioni. Secondo la Corte, lo stato ha il compito di fissare i «contenuti di principio» della sanatoria, cioè le volumetrie massime condonabili, i «profili penali» del condono e il limite temporale massimo in cui le opere debbano essere state realizzate. Alle regioni tutto il resto: la possibilità di stabilire limiti volumetrici inferiori o diversi da quelli previsti dallo stato, oppure di modificare le condizioni e le modalità per l'ammissibilità delle domande. Secondo il ministro degli affari regionali Enrico La Loggia, promotore dei ricorsi, alcune regioni hanno finito per «svuotare di significato la legge nazionale»: «Faccio un esempio: se la legge dello stato stabilisce che si possono sanare 100 metri cubi e la regione ne prevede solo dieci, si svuota di significato la norma. Altro è prevedere di poterne sanare 60, 70 o 80». L'ufficio legislativo del ministro ha spulciato norma per norma tutte le leggi regionali sul condono fino a trovarne almeno cinque attaccabili. Quasi sempre le motivazioni sono legate a piccoli cavilli. Per fare solo un esempio, la legge delle Marche è stata presa di mira perché la norma parla di metri quadrati e non di volume e dunque, secondo il ministero, entra nel merito dei «principi». Nell'elenco mancano le regioni simbolo, Emilia Romagna e Toscana, nonostante la scorsa settimana il ministro per i rapporti con il parlamento Carlo Giovanardi avesse annunciato che sarebbero state le uniche ad essere tirate in ballo. Le speranze di guadagni ulteriori, insomma, rischiano di essere pochine. L'annuncio del governo non è piaciuto praticamente a nessuno dei diretti interessati. Il governatore del Veneto Giancarlo Galan, l'unico del centro destra a commentare l'annuncio è stato più che netto: «Il governo nazionale ci accusa di essere tra le regioni meno disposte a condonare abusi e irregolarità edilizie. Ha ragione. Se fosse dipeso da me sarei stato ancor più rigoroso, ma la materia è difficile, articolata, valutabile da più punti di vista». L'assessore regionale all'edilizia umbra, Federico Di Bartolo, si limita a parlare di «una scelta tutta politica, dettata forse da problemi di bilancio», quasi lo stesso giudizio di Vito D'Ambrosio, presidente della regione Marche, secondo cui il ricorso «è un ulteriore riprova delle pessime condizioni in cui il governo ha ridotto la finanza pubblica». La legge più a rischio era quella campana, votata dopo i termini massimi fissati dalla sentenza della consulta a giugno. «A quanto leggo nell'impugnativa non si fa riferimento al termine ma a questioni più generali, che coinvolgono anche altre regioni», esulta l'assessore Marco Di Lello, tra i primi lo scorso anno ad annunciare che la sua amministrazione si sarebbe opposta in ogni modo al condono. «Il governo - conclude Di Lello - non sa più che pesci prendere, visto che il gettito del condono finora è stato un flop, meno della metà del previsto». Morbidissimo il commento di Alessandro Moneta, assessore al territorio della Lombardia: «Le esigenza di far cassa è legittima ma a condizione che non incida profondamente sul territorio». Anche tra i parlamentari del centro sinistra, nonostante l'aria di festa avanzata, parecchi hanno detto la loro. Tra questi Alfonso Pecoraro Scanio, presidente nazionale dei Verdi, che ha parlato di un governo «killer del federalismo, dell'ambiente e della legalità». E Fabrizio Vigni dei Ds: «Il governo non si rassegna al fatto che alcune regioni italiane tentino di proteggere i loro territori dagli scempi del condono».