Il nuovo direttore del Museo dell'Opera del Duomo, monsignor Timothy Verdon, ha dichiarato che, pur essendo stato «tra i primi fautori di questo sistema», oggi egli vede con «orrore che le chiese con il ticket vengano percepite come musei». Ci sono molte ragioni per essere d'accordo con lui. Da cristiano, trovo sacrilego e simoniaco che si chieda del denaro per permettere l'acceso ad un luogo consacrato dove si conserva l'Eucarestia. E confinare in zone delimitate (e artisticamente non pregiate) chi vuol pregare, significa demolire quel che resta del concetto di arte sacra, espropriando i fedeli dell'arte nata per la loro preghiera e offrendo ai visitatori opere ormai prive di funzione, e cioè mutilate. Da storico dell'arte penso che l'accesso a pagamento nei musei pubblici sia fra gli ostacoli morali e materiali che impediscono un rapporto vivo tra i cittadini ed il patrimonio che appartiene loro. Estendere questa condizione alle chiese è un errore fatale: significa rendere ancora più profondo il solco tra lo spazio della vita quotidiana e quello dell'arte. Perché un fiorentino non deve poter entrare in Santa Maria Novella per salutare, per qualche minuto, la Trinità di Masaccio, magari mosso da un sentimento indefinibilmente sospeso tra la fede artistica, quella religiosa e l'appartenenza civica? D'altra parte, in Italia il patrimonio artistico (anche quello sacro) ha una funzione identitaria e politica (nel senso più alto), sancita dall'articolo nove della Costituzione: il che vuol dire che le chiese monumentali appartengono moralmente e spiritualmente a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro credo. La Chiesa italiana avrebbe dunque tutte le ragioni per pretendere che sia lo Stato a finanziare la manutenzione e la fruibilità delle chiese monumentali: cosa che avviene in modo assai insoddisfacente perfino per quelle che allo Stato appartengono giuridicamente. È inevitabile che tutti gli amanti dell'arte che non sono credenti considerino le chiese alla stregua di musei. Ma se le chiese rimarranno luoghi aperti gratuitamente a tutti coloro che desiderano entrarvi (qualunque sia il motivo) si otterrano tre risultati importanti: se ne rispetterà la sacralità, se ne esalterà la funzione civile e infine si favorirà la comprensione di un'arte sacra che non si comprende se la si considera solo arte (come spesso fanno i visitatori e perfino alcuni storici dell'arte) o solo sacra (come spesso fanno le autorità ecclesiastiche). La scommessa, insomma, è quella di trasformare l'insanabile contraddizione storica della scissione tra la sacralità religiosa e la sacralità artistica in una straordinaria sfida di educazione, di tolleranza reciproca e di crescita morale collettiva. Tomaso Montanari