Difficile immaginare che la notizia della possibile soppressione della Soprintendenza ai beni storici e artistici di Salerno sia di quelle destinate a trovare grandi echi sulla stampa. Di sicuro non riuscirà a conquistare neanche un centesimo dell'enorme spazio riservato alla notizia dell'atto vandalico che ha colpito una fontana di Piazza Navona a Roma. E la cosa è davvero paradossale, perché mentre quello era un danno modestissimo provocato da un singolo squilibrato, l'abolizione di un'istituzione come la Soprintendenza di Salerno rischia di produrre danni gravissimi ad una fetta importante del patrimonio storico e artistico della nazione: e di produrli ad opera dello Stato stesso. Del resto, non c'è da stupirsi: tutti gli ultimi governi (di destra o di sinistra) hanno invariabilmente tagliato il bilancio del Ministero dei Beni culturali, bloccandone il turnover del personale storico-artistico e archeologico e ingessandolo attraverso ad una pletora di inutili, contraddittorie, e infine dannose, riforme della struttura. Ora, con un personale dall'età media prossima ai sessant'anni, va in scena l'atto finale: lo smantellamento del sistema della tutela. I politici, gli intellettuali, i giornalisti e i cittadini che oggi tacciono di fronte a tutto questo, saranno gli stessi che grideranno di sdegno di fronte ai crolli e alle perdite di opere d'arte che inevitabilmente ne deriveranno. Se l'Italia, nonostante tutto, è ancora l'Italia ciò si deve al miglior sistema di tutela del mondo: distruggendolo, rinunciamo ipso facto a trasmettere quell'Italia alle prossime generazioni. Forse è proprio questo il punto: bisognerebbe ricordare che le Soprintendenze non tutelano il passato di questo Paese, ne tutelano il futuro.