LIDO. «Non sono ruderi senza valore, ma i resti di un forte asburgico in parte demolito dal fascismo negli anni 19341936, tutelati dal Palav, il piano di area della laguna». Nuovo esposto del comitato «Altrolido», che raccoglie le associazioni dell'isola che si battono contro i grandi lavori per il palazzo del Cinema e dei congressi e contro la «cementificazione» del Lido. Nei giorni scorsi nuova documentazione è stata inviata alla Procura, dove giace un esposto presentato nel marzo del 2010. «Chiediamo alla magistratura e alla Corte dei Conti», dice il portavoce Salvatore Lihard, «di fare luce su questa vicenda. Nonostante l'area del forte sia individuata nella cartografia e nella lista dei beni storico culturali delle fortificazioni tutelate dal Palav. approvato nel 1998, è stato danneggiato durante i primi lavori di scavo». Un dossier è stato spedito anche alla direzione generale dei Beni culturali, chiedendo l'intervento dello Stato. «Oltretutto, dicono i comitati, «se invece di demolire le volte in mattoni si fosse fatta un'attenta analisi archeologica, si sarebbe potuto stabilire prima dell'avvio dei lavori l'esistenza o meno di grandi quantità di amianto nel sottosuolo». I comitati chiedono infine di sapere che fine abbia fatto la gradinata monumentale di accesso al Casinò, sottoposta a vincolo monumentale e rimossa al momento del via ai lavori.
Venezia. La protesta del comitato del Lido Il forte non è un rudere
Il forte asburgico del Lido, in parte demolito dal fascismo negli anni 1934-1936, è stato tutelato dal Palav, il piano di area della laguna. Un comitato ha presentato un nuovo esposto alla Procura e alla Corte dei Conti, chiedendo di fare luce su questa vicenda. L'area del forte è stata individuata nella cartografia e nella lista dei beni storico culturali, ma è stata danneggiata durante i lavori di scavo. I comitati chiedono di sapere cosa sia successo alla gradinata monumentale di accesso al Casinò, sottoposta a vincolo monumentale e rimossa al momento dei lavori. Un dossier è stato spedito anche alla direzione generale dei Beni culturali, chiedendo l'intervento dello Stato.
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