Daniela Frisone Certe intelligenze dovrebbero restare immortali. Lo storico Fazello parlò della sua in termini di «perfezione di ogni sapere umano»: Archimede, un solo nome, un grande nome. Una fama che attraversa i secoli nel campo della matematica, della fisica, della meccanica, dell'architettura e dell'astronomia: Siracusa gli diede i natali, si pensa nel 287 a. C. Oggi, chi costeggia il Parco di Neapolis, sente il dovere di ricordarlo. Per via della fantomatica tomba che, per Cicerone, era il vero sepolcro dell'inventore. Nel 75 a. C. il filosofo romano, allora questore di Siracusa, rimproverò i suoi abitanti per lo stato di abbandono in cui versava un luogo tanto importante. Solo negli anni '60 vennero alla luce quei grossi blocchi di pietra. E gli archeologi poterono ben dire: «Eureka!», quando venne rinvenuta quell'urna cineraria che conteneva due sigilli d'oro: uno con l'incisione di due pesci su un rubino, l'altro con l'intaglio di una testa d'uomo con diadema su una corniola. Di per sé la cosiddetta tomba di Archimede, come sottolinea Cettina Voza, può considerarsi «un colombario, cioè una camera sepolcrale di età romana provvista all'interno di due ordini di nicchie per la sistemazione delle urne cinerarie». Attribuita, quindi, «per tradizione» al luogo dove fu deposto il corpo del genio nostrano. È Plutarco a ricordare il suo piglio serioso: «quando lavorava dimenticava di mangiare e di bere», è un'immagine che probabilmente dipinge il momento in cui Archimede, immerso nei suoi pensieri, non si accorse della presenza del soldato di Marcello che mise fine alla sua esistenza. Era il 212 a. C. Pare che lo stesso console ne rimpiangesse la morte, tanto che la sua tomba ottenne gli onori dovuti, anche attraverso l'incisione di un cilindro circoscritto a una sfera. Un segno di riconoscimento: il grande matematico, l'astronomo e l'ingegnere siracusano, giaceva lì. Oggi non si sa esattamente dove. Archimede, secondo Plutarco, «considerava vili e meschine la costruzione di macchine e ogni attività svolta per un vantaggio pratico» e piuttosto «rivolgeva i suoi sforzi verso cose che, nella loro bellezza e perfezione, non hanno alcun contatto con la banale utilità pratica». Cioè, allora, le opere più apprezzate furono le meccaniche e non quelle di matematica pura, di cui oggi si riconosce la genialità. Un uomo poco compreso, si pensi alla famosa esclamazione, «Eureka!», urlata dopo aver intuito il principio fisico che spingeva verso l'alto il suo corpo immerso nella vasca da bagno. E ancora: «Datemi un punto di appoggio e vi solleverò la terra». Poi la carrucola, la «coclea», per irrigare i campi, per finire nella leggenda degli specchi ustori, con i quali lo scienziato avrebbe dato fuoco alle navi romane. 18092011
SICILIA - Un Orecchio nella leggenda
Archimede, un grande matematico, fisico, ingegnere e astronomo, nato a Siracusa nel 287 a.C., è ricordato per la sua intelligenza e la sua genialità. La sua tomba, attribuita a lui, è stata scoperta negli anni '60 e contiene due sigilli d'oro con incisioni di un rubino e una testa d'uomo con diadema. Secondo Plutarco, Archimede era un uomo serio e concentrato che lavorava senza mangiare e bere, e che considerava vili le costruzioni pratiche a favore delle opere belle e perfette. La sua fama si è estesa attraverso i secoli nel campo della matematica, della fisica, della meccanica, dell'architettura e dell'astronomia.
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