"Finalmente l'acqua!» dice con un sorriso liberatorio Gabriella Belli, rompendo il silenzio successivo alla nomina come futura direttrice dei Musei Civici Veneziani. Lo sguardo indagatore ed enigmatico, tratto distintivo dell'attuale direttrice del Mart di Rovereto, lascia trasparire un luccichio di entusiasmo quando le si domanda cosa rappresenti per lei trasferirsi a Venezia. Gabriella Belli: «Chi viene a Venezia deve rimanere stupito: se lo aspetta» Prendendo in prestito le parole di uno dei suoi pittori preferiti, Umberto Moggioli, protagonista della stagione capesarina, la storica dell'arte si racconta parlando del mare come luogo di apertura mentale: ed è felicissima di poter convivere con un elemento più mite rispetto a quello montano. La prima volta a Venezia è in gita scolastica, ma è di recente che avviene qualcosa di straordinario o, quantomeno, di inaspettato. Seduta di fronte al bacino di San Marco, intenta ad appuntare qualche nota sul taccuino, viene sorpresa all'improvviso dalla vista di un'enorme nave da crociera, così grande da rendere perfino i monumenti minuscoli. «Ho pensato subito al passaggio del transatlantico Rex del film Amarcord di Fellini ed è stata un'immagine fantastica!». Tutto la incuriosisce della vita quotidiana veneziana e ora attende di sperimentarlo in prima persona, nebbie malinconiche comprese che non le fanno paura, soprattutto se paragonate ai compiti e alle responsabilità che dovrà affrontare. Ma, se la nuova vita quotidiana sarà tutta da scoprire, imparando giorno dopo giorno a manovrarne il timone, la direzione che indica la bussola per guidare un'istituzione culturale è chiara, ovvero quella della non omologazione. «Un aspetto molto importante - prosegue la presidente dell'Amaci - soprattutto per chi ha la responsabilità scientifica di un ente. M'interessa un progetto non omologato che abbia un forte valore identitario in cui ci si possa riconoscere. La gente arriva a Venezia perché è una città unica e mi piacerebbe che entrasse nei musei ritrovandone la stessa unicità perché è in quel posto preciso, perché è un progetto costruito con una cura particolare e non lo puoi vedere da nessun'altra parte». Per carattere, racconta, ha sempre cercato nei suoi progetti culturali di offrire qualcosa al pubblico che andasse al di là dell'ordinario e, nello stesso tempo, che fosse collegato ai valori del territorio. Per quanto riguarda le caratteristiche della città futura afferma che la città stessa è oggetto in itinere delle sue riflessioni, soprattutto da quando ha deciso di assumere l'incarico di direttrice dei musei: «Mi devo conquistare questo background, capire il contesto in cui mi trovo e quali sono i valori che caratterizzano una città sicuramente internazionale, ma con una dimensione anche locale». E' un gioiello assoluto Venezia, emerge dal Veneto pur non distaccandosene, e questo comporta una responsabilità rispetto al territorio circostante, soprattutto per chi ha a che fare con i milioni di persone che giungono a visitarla, da chi la governa a chi ci vive. E' proprio dall'incontro e scontro di questi due aspetti apparentemente contraddittori, il locale e l'internazionale, che, secondo la Belli, Venezia è riuscita a mantenersi nei secoli grande. L'impressione generale della Belli che, sottolinea, rimane per adesso solo una visione, è che siano proprio le tensioni generate da questi fattori a fungere da arterie vitali permettendo a Venezia di detenere il primato di luogo magico. Inoltre, prosegue sognando la città, ogni persona che vi è passata e ogni persona che ci arriva ha la fortuna di vedere mescolare la propria cultura alle altre perché è da sempre una tappa obbligatoria. Se per i veneziani è arrivato quindi il momento del suo arrivo, per altri è il periodo della sua partenza. Oggi la mostra «Gino Severini 1883 -1966» apre al pubblico ed è, di fatto, l'ultima esposizione curata come direttrice del Mart. Alla fine, dato che non è ancora sbarcata in laguna, le si domanda se può descrivere attraverso due opere il lavoro che lascia e lo stato d'animo di quello a cui si avvicina. La prima è Le figlie di Loth, di Carlo Carrà: «E' una delle grandi icone dell'arte italiana e ottenerla mi è costato tanto lavoro, tanta fatica e tanti anni di rapporti; questo quadro è quindi anche legato alla mia storia qui al museo». Verso Venezia ancora con Carlo Carrà, ma con I Romantici: «E' un quadro - conclude - molto misterioso che non smette mai di incuriosirmi ed è un atteggiamento che applico anche nel lavoro: cerco di approfondire e di esplorare perché solo in questo modo si cresce». Manca poco per lasciare il Mart e forse è per questo che, attraversando la piazza sotto la volta del museo, ci si imbatte nelle grandi lettere («memoriale oblio») di Chiara Dynys dove spicca, letta da un certa angolatura, la parola mare... «L'acqua!» dopo una vita al Mart tra le montagne «Voglio vivere Venezia e capire la grandezza di una città magica»