Should I stay or should I go? La dolce Venere di Morgantina canticchia ammiccante questo tormentone dei Clash, dopo aver letto la diaspora tra Francesco Merlo (should I go) e Roberto Alajmo (should I stay), riguardante la collocazione più appropriata della statua scolpita nellabbagliante calcare, senza chioma e dalle braccia mozzate, coperta da vesti sinuose dal candore commovente. Ambedue le posizioni sono rispettabili. Certo, tra Malibu e Aidone ne passa. «A Los Angeles mi trovavo veramente bene, stavo sempre tra la gente, mi sentivo una star, quando mi guardavano sentivo i sospiri di ammirazione della folla. Magari qualche bambino masticava avidamente il suo hamburger aggrappato al polso della mamma, macchiandole la camicetta di senape, e qualche trippone ci provava, ma». Oppure: «Amo la campagna di Aidone, cè un fresco, una solitudine ineguagliabile. Certo, qualche signora si sofferma per ogni centimetro del mio corpo distogliendo lo sguardo solo per leggere la sua guida declinando la mia storia col suo assurdo accento scozzese, è come se mi facesse una Tac». Ma le statue non parlano e non possono decidere. Sarò prevenuto, ma il fatto che il ministro dei Beni culturali si sia espresso per valorizzarla mettendola magari al Quirinale, mi aveva dato da pensare. «Spostarla dalla Sicilia non significa mortificare il territorio, anzi il contrario - gongolava raggiante - si potrebbe lasciarla in questi posti nei periodi di maggiore turismo e farla viaggiare nei periodi con meno flusso», come se il trasporto di una statua di quasi due metri e mezzo che pesa sei quintali fosse una raccomandata. Meglio lo scatto di indignazione del governo regionale. E non per provincialismo, presunzione, e neanche per orgoglio isolano, ormai relegato, ahimè, solo alle glorie del passato. È vero che una bella statua dovrebbe essere a disposizione di tutti. Il problema è chi sono «tutti». Le code di giapponesi con lombrellino, diligentemente in fila agli Uffizi, lo sciame di turisti in calzoncini corti e infradito che attendono il loro minuto disponibile, sotto la piramide di plexiglas, per ammirare la Gioconda, o le folle che si raccolgono a Trafalgar square sotto la pioggerellina, pronte a salire gli scaloni della National Gallery per guardare la Nazionale italiana - Botticelli, Tiziano, Michelangelo, Uccello, Bronzino, Canaletto, Raffaello, Leonardo - e gli immancabili stranieri, come per ogni rispettabile squadra: Monet, Rembrandt, Van Gogh? Magnificenze su cui trovare il tempo di riflettere, ma quanti riescono mantenere la memoria di questi capolavori alluscita di un museo? La povera Venere la ricorderebbe qualcuno? Meglio il consumismo artistico o il piacere del viaggiatore, colui che vuole portarsi qualche foto o chi ricorderà per sempre la conquista della conoscenza? Crocierista o Ulisse? Nel caso in questione, chi si trova in Sicilia ha a disposizione un circuito bellissimo che personalmente ho effettuato, come un viaggiatore, in cerca di ciò che volevo conoscere. Visita ai mosaici della Villa romana di Piazza Armerina (già vista, ma repetita iuvant), proseguimento per Aidone, cena in un ottimo ristorante alle porte di Piazza Armerina, notte affacciato a guardare le stelle del lago di Pergusa. Avendo viaggiato per i cinque continenti, posso garantire che ne vale la pena. Il problema vero è quello sollevato da Alajmo. Cosa cè attorno a questi siti, chi accoglie queste persone, quali servizi offre, chi dovrebbe diffondere in giro lesistenza di questi luoghi di cui essere gelosi? Non certo la pubblicità nei fingers degli aeroporti. Magari a qualcuno potrebbe venire lidea di portare i ragazzi in gita scolastica, invece di depositarli in una discoteca della uggiosa spiaggia di Rimini in aprile. Val di Noto, per esempio, strabocca di barocco (mi sia concessa la paronimia...). Alcune settimane fa, al termine delle mie vacanze modicane, ho voluto visitare la villa del Tellaro, sulla foce del fiume Eloro. Bisogna proprio cercarla, non è di passaggio, discostandosi alcuni chilometri dal mare, lungo una stradina sterrata. Si scollina per affondare in una valle, circondata da improbabili pini nani, e si giunge alla villa sotto la canicola ascoltando la magica nota ripetitiva delle cicale che riporta la mente a momenti dellinfanzia. Ci sono poche macchine al posteggio, nessun pullman. Cè un luogo di ristoro con servizio wi-fi disponibile, pronto ad accogliere frotte di virtuali comitive per vendere qualche inutile souvenir. Poveri coraggiosi impolverati, sembrano spaventapasseri, scavano o scalpellano, mentre altri più prudentemente si riparano sotto una tenda. E pensare che questo paesaggio bucolico, che a una persona di buon senso evocherebbe solo pace e silenzio, potrebbe essere sventrato dalle trivelle delle multinazionali del petrolio grazie al parto di qualche mente diabolica che, in un momento di lucida follia, ha fornito una concessione, udite udite, gratuita. Allingresso tre ombre di diverse generazioni - una ragazza, una signora attempata e un anziano - si materializzano dietro un vetro su cui è appeso un foglio con le tariffe per entrare. Non parlano inglese, non forniscono informazioni, si limitano a calare la testa. La giovane sbuffando stacca i biglietti, gli altri due dondolano sulla sedia in un movimento impercettibile. Le decorazioni dei mosaici sono nitide, i frammenti sembrano appena incastonati. Rimane incomprensibile come per risparmiare una masseria, peraltro ristrutturata come un villino a mare, non sia stato fatto emergere il resto della villa che nasconde sorprese di inimmaginabile splendore. Ecco, quello che cè attorno ai nostri tesori è il nulla: solo approssimazione, posti di lavoro inventati. Tesori invendibili, incommerciabili. Non è più terra di ciclopi, solo di amici. A proposito di luoghi scogniti, ricordo che in un piccolo museo della Cornovaglia lunico addetto, dopo aver consegnato il biglietto, iniziava il giro illustrando il funzionamento di attrezzi agricoli, parlando cinque o sei lingue, sempre col sorriso sulle labbra, non dimenticando di suggerire di concludere la visita col vicino pub "The last-end", il punto estremo che guarda le onde spumeggianti dellAtlantico. Post scriptum. «Io non so se restare o andare via, volevo solo dire che non sono Venere, sono Persefone, e quella zoccola proprio non la sopporto».