Germano Celant, il critico che cura per il Museo "Arte Povera 2011" Ogni cambio di potere genera uno spoils system che tenta di gettare discredito: ma i risultati si giudicano con il tempo A smuoverlo sono state le frecciate al veleno che si sono susseguite tra intellettuali e politici sulla crisi del Castello di Rivoli. E così Germano Celant, critico e inventore del movimento dell'Arte Povera, ha deciso di rompere il silenzio. Lo fa a pochi giorni dall'inaugurazione della mostra da lui curata. A giudicare dalle posizioni battagliere, sembrano tornati i tempi del suo celebre saggio «Appunti per una guerriglia». Celant, come rispondere alle aspre critiche di un fallimento del Museo di Rivoli? «Le istituzioni museali italiane, quasi sempre condizionate ad un "protettore" politico, difficilmente vivono sul rispetto della professionalità del direttore o della direttrice. Questo non succede in America dove, per venti anni, sono stato Senior Curator del Solomon R. Guggenheim Museum di New York. In Italia, a ogni cambio di segno nel potere si verifica il tentativo di uno spoils system, oggi sempre più legato ad un'iniziale produzione di fango, schizzato brutalmente sulla persona e non sul risultato operativo. E' una tecnica riprovevole e disgustosa che rivela la qualità di chi la produce». Sta accusando la politica di ingerire troppo nella gestione museale? «Dico che il discorso critico va portato in primis sui mezzi economici - sempre più carenti e vincolati ad un certo clientelismo - messi a disposizione del Museo dagli enti pubblici. Siccome il Castello di Rivoli è stato portato a un alto livello funzionale e internazionale con la direzione di Ida Gianelli, è diventato un piatto culturale molto appetibile e le polemiche rivelano chiaramente un desiderio di occupazione del posto a tavola». C'è una differenza tra la direzione attuale e quella precedente? «La direzione di un museo va analizzata a tempi medi, come succede per i nuovi Sindaci. A contare devono essere i risultati non immediatamente percepibili. Certamente Rivoli, formatasi sulle polarità tra Europa e America, per sopravvivere dovrà "mondializzarsi", ma servono energie e investimenti come in qualsiasi industria italiana. La mostra "Arte Povera International" si muove proprio in una prospettiva globale». Insomma, la responsabilità del rilancio spetta a lei... «L'esposizione sarà parte di una rete di eventi simultanei, dal titolo "Arte Povera 2011" che coinvolgono 6 città e 7 istituzioni dedicate all'arte, dal Nord al Sud. Il Castello ne è promotore, insieme alla Triennale di Milano. Si è pensato che riconoscere a Rivoli il suo ruolo anticipatorio e di alto profilo mondiale fosse l'approccio corretto, proponendo una lettura dell'Arte Povera intrecciata agli artisti europei e americani, altamente rappresentati dalla collezione del museo. Già questo è un risultato notevole, mai ottenuto da alcun ente politico». Visto che non ci sono soldi, sarebbe pensabile trasformare Rivoli in un soggetto completamente privato, sul modello della Fondazione Prada a Milano, di cui ha seguito la genesi? «In Italia i privati non investiranno mai nei musei, né doneranno opere per la collezione finché non ci sarà una legge che permetterà di dedurre, come in America, i contributi per ragioni umanitarie e sociali. E' questione di strategia politica che non capisce il valore patrimoniale dell'arte sul piano della memoria, dell' educazione e dell'economia. In Francia si pagano le tasse con i lavori d'arte, qui si è tassati se si vuole donarli. Ecco la ragione perché molti privati illuminati si costruiscono le proprie fondazioni, così da programmare gli interventi secondo una loro visione, non clientelare, né strumentale. Soltanto per il piacere di credere nell'arte. Cosa che in generale non succede tra i politici».
"Gettano fango su Rivoli perché ora fa gola a tutti"
Germano Celant, critico e curatore della mostra "Arte Povera 2011" al Museo di Castello di Rivoli, ha risposto alle critiche sulla mostra con un articolo. Celant sostiene che il fallimento del museo è dovuto a uno "spoils system" che tenta di gettare discredito ai critici e ai politici. Egli accusa la politica di ingerire troppo nella gestione museale e di cercare di occupare il posto a tavola. Celant sostiene che la direzione attuale del museo è diversa dalla precedente e che la mostra "Arte Povera International" si muove in una prospettiva globale.
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