Il bilancio della direttrice: «Negli anni '80 non esisteva niente di simile in Italia. Resterò nel cda per difendere il patrimonio» Belli: «L'arte non è business. Ho portato i visitatori, ora Rovereto ne approfitti» In questi anni ho tessuto relazioni con collezionisti: lasceranno al museo anche beni immobili Il nuovo direttore? Dovrà saper puntare sia sul moderno sia sul contemporaneo L'artista è come un timoniere visionario: ci avverte, ma non sempre sappiamo ascoltare TRENTO «Siamo stati i primi a pensare che un museo deve essere anche un volano per l'economia. Ma un museo ha finalità culturali e non è business». Gabriella Belli, neo designata direttrice della Fondazione musei civici di Venezia, si muove con maestria su un terreno delicato, quello delle finalità dell'arte, pronta a rispondere a chi accusa la cultura di gravare sulle casse pubbliche e di chi, all'opposto, teme che, per fare cassa, si scivoli in progetti sempre più commerciali. «La qualità» è stata la cifra della mia esperienza al Mart». Belli è alla guida del museo dal 1981, da quando era poco più che un'idea, un'area dedicata al contemporaneo a Palazzo delle Albere. «Abbiamo approfittato di un vuoto: non esisteva nulla di simile in Italia». Venne quindi nominata direttrice nel 1989, crescendo il Mart fino a portarlo sotto la cupola di Mario Botta a Rovereto. E non lo lascia nemmeno ora «Sarei felice di restare nel cda come proposto da Lorenzo Dellai". Direttrice Belli, il presidente Lorenzo Dellai l'ha proposta come membro del prossimo cda del Mart. Cosa ne pensa? «L'ho letto con piacere e con un pizzico di sorpresa. C'è stato un ragionamento rispetto all'opportunità di tutelare una parte del lavoro fatto: mi riferisco alle collezioni e ai collezionisti che hanno lasciato il loro patrimonio al Mart. In questi anni ho intrecciato relazioni a livello internazionale e rapporti fiduciari con alcuni collezionisti, che hanno poi portato a delle donazioni. Con alcuni di loro abbiamo concertato anche delle donazioni post mortem, non solo di opere d'arte, ma anche di beni immobili». Intende dunque beni di pregio artistico? «Sì, beni non collocati in Trentino, ma che potrebbero avere una posizione strategica per consentire al Mart ulteriori sviluppi. Ora il Mart vanta 97 collezioni: il pensiero di come sarebbero stati gestiti questi rapporti era l'unico punto che mi tratteneva quando è maturata la decisione per il Veneto. Un piccolo passaggio di continuità era opportuno: non mi dispiacerebbe se la giunta decidesse di confermare la proposta di Dellai». Come sarà per il futuro direttore lavorare con Gabriella Belli nel consiglio d'amministrazione? «Vorrei solo essere d'aiuto. Il direttore deve essere, come lo sono stata io, totalmente libero di fare i propri progetti». Si dice che lei e il Mart siate stati più amati e stimati nel mondo che in Trentino. Vale il motto nemo profeta in patria? «Per quanto mi riguarda non lo so. Sono qui da tanti anni, può essere che ci sia una sorta di saturazione nei miei confronti. Se guardiamo al Mart è vero. Ha guadagnato una reputazione molto alta a livello internazionale, in parte per la qualità, in parte perché in Italia le strutture simili sono poche. Abbiamo approfittato di un vuoto e questo ci ha dato un po' di vantaggio: quando nacque il primo nucleo del Mart, il Maxxi, il Macro, il Museion non c'erano e nemmeno il Museo del Novecento e il Mambo di Bologna. Ora bisognerà dividersi la torta e vincerà chi saprà puntare sulla qualità. E su questo dovrà lavorare il nuovo direttore. Non sappiamo chi sarà, ma conosciamo i requisiti che dovrà avere». E quali sono? «La continuità nelle relazioni e nella costruzione delle collezioni permanenti. Dovrà sapere mettere energie sia nel moderno che nel contemporaneo, con un'attenzione speciale per il'900 e il futurismo e un occhio anche all'800. La mia sensazione è che ci saranno molte figure professionali di qualità che potrebbero essere interessate a venire a Rovereto». Che progetti ha per Venezia? «Parlerò di questo quando sarà il momento. La cosa difficile e importante al contempo sarà capire il contesto» Facciamo un passo indietro: dovendo tratteggiare un bilancio dei suoi oltre vent'anni al Mart, quali sono stati i momenti cruciali? «La storia del Mart comincia nel 1981, nel vuoto di palazzo delle Albere. C'erano tre opere: un Fontana, un'opera di Savinio e una scultura di Marino Marini. Un vuoto che abbiamo riempito di idee e contenuti. Il primo passo decisivo fu la mostra su Segantini nel 1987: prima eravamo il braccio operativo del Buonconsiglio. La mostra su Segantini ha sdoganato il progetto di quello che sarebbe diventato il Mart. Si è cominciato a parlare di museo come impresa, come volando dell'economia, una novità per gli anni Ottanta. Quindi sono arrivate le mostre sul Divisionismo italiano e sul Romanticismo europeo. Una qualità importante del Mart è sempre stata l'importanza del comitato scientifico. Nel comitato scientifico degli inizi si sono seduti personaggi come Jean Clair, Pierangelo Schiera, Franco Rella, Mercedes Garberi e Dieter Ronte: di lì in poi il comitato mi ha affiancata e aiutata. Le mostre sono state opportunità di crescita: penso alla collezione Panza a quella di Ileana Sonnabend. E poi c'è stata la mostra Trash, dedicata ai rifiuti che diventano arte. Erano tutte mostre di ricerca: a quel tempo ci siamo concentrati sulla qualità scientifica». A questo proposito qualcuno accusa il Mart di aver perso questa vocazione per sposare, con le due grandi mostre fatte con la Phillips Collection e del Musée d'Orsay, la «moda» delle grandi esposizioni, più popolari. Il Mart si trasformerà in un supermercato dell'arte? «Voglio spezzare una lancia per la mostra del d'Orsay: lì c'era grande qualità scientifica. Io ho sempre criticato le «mostre cassetta». Il vero problema in Italia sono i mediatori culturali. La mostra della Phillips Collection l'ho costruita io, andando là e scegliendo pezzo per pezzo le opere. Avevo in testa una tesi e l'ho voluta portare nella mostra. È faticoso, ma è compito di un direttore. Uno dei mali di questo Paese è che tutti vogliono fare attività di business utilizzando la cultura. La presenza di un mediatore che vende un prodotto, una mostra preconfezionata a una realtà senza che il direttore possa dire la sua è ciò che in Italia ha bloccato la crescita di queste strutture museali. Se i direttori lavorano direttamente nascono rapporti e relazioni, come è successo al Mart. La stessa cosa che è accaduta per la mostra che inaugureremo domani (oggi ndr) su Gino Severini, coprodotta con il Musée d'Orsay e il Musée de l'Orangerie, che è stata prima a Parigi». Anche l'arte e la cultura però devono fare i conti con la realtà, con l'economia e con un momento di crisi finanziaria globale. Come vi rapportate rispetto al complessivo calo di risorse? «Sviluppo economico e sviluppo culturale vanno avanti di pari passo. E giusto che un direttore di un'istituzione pubblica renda conto di ciò che spende. Quando organizzo una mostra sul contemporaneo cerco di affiancare qualcosa di storico, in maniera da bilanciare e avere sempre dei buoni numeri. Ma il mio obiettivo non è il profitto, il mio obiettivo finale è culturale. Rovereto deve sapere che noi vogliamo che questa finalità culturale abbia dei risvolti sul piano economico, ma non tutte le mostre possono essere il d'Orsay. Va detto però che da quando siamo aperti non siamo mai scesi sotto i zoo.000 spettatori all'anno e quest'anno, incrociando le dita, speriamo di arrivare a 300.000». I roveretani hanno capito? «E' un processo lento. Eppure sanno cosa succede. Nell'agosto dell'anno scorso abbiamo chiamato tutte le categorie e abbiamo annunciato le mostre sul d'Orsay e quella su Modigliani». Nelle scorse settimane sulle pagine del «Corriere della Sera» è comparso un attacco al ruolo dell'arte oggi, tratto dal libro di prossima pubblicazione del critico francese Jean Clair, che ha «accusato» i musei di diventare sempre più commerciali. Cosa ne pensa? «Ho sempre avuto un dialogo interessante con lui. Pur non condividendo il pensiero nichilista di Jean Clair, credo che abbia fatto delle considerazioni interessanti sul '900. Ma quando si è direttore di un museo bisogna sapere che non si è depositari di una verità, perchè nella tua struttura devono trovare spazio anche altre verità. Altrimenti avrei fatto il critico d'arte o il docente universitario, dove una certa faziosità può funzionare". Anche Franco Rella si è mostrato scettico però sulle capacità dell'arte e della filosofia di incidere sul reale. «Credo che l'arte abbia sempre una tensione politica. L'artista è come un visionario, un profeta dotato di un terzo occhio, capace di vedere quello che la ciurma non vede. Ma necessariamente c'è uno scarto fra la sua visione e il momento in cui il resto del mondo capisce. E credo che questo gap ci sia sempre stato, fin dai tempi di Giotto e in tutto il '900, dal futurismo, al dadaismo al surrealismo. Forse solo nel '68 queste due dimensioni si sono avvicinato). Il Trentino Alto Adige è una delle regioni a maggiore densità di musei d'arte contemporanea, dal Mart a Museion. Non si corre il rischio di avere dei doppioni? «La chiave di volta di questo discorso è Amaci, l'associazione dei musei d'arte contemporanea, che consente una collaborazione ottimale. I settori e le scelte culturali sono diverse e questa grande presenza è un valore aggiunto. Con Museion il rapporto è buono: hanno avuto una brutta caduta proprio nel momento dell'apertura, quando sarebbe stato il momento di correre. Ma sono contenta abbiano scelto Letizia Ragaglia: saprà risollevare il museo».
Corriere della Sera
16 Settembre 2011
Rovereto. Il Mart, una scommessa vinta dal nulla
AN
Annalia Dongilli
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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