Cara Repubblica, cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera dallaltra, una cifra dallaltra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma sono incapaci di dominare un testo di minima complessità. Secondo i maggiori specialisti internazionali, soltanto il 20 della popolazione adulta italiana possiede perciò gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo. È un dato quasi incredibile, allarmante, ma vero. Purtroppo, però, il livello di "analfabetismo" della nostra società corrisponde perfettamente al livello di attenzione e investimento nel campo della conoscenza e del sapere, dalla scuola alla cultura. E atti e dichiarazioni pubbliche dei nostri governanti ("la cultura non si mangia" del ministro Tremonti è una frase che rimarrà nella storia) rimandano a una volontà politica inequivocabile. La notizia del reintegro del Fondo Unico per lo Spettacolo è stata propagandata in modo ipocrita e fuorviante. Quello che non viene abbastanza raccontato infatti è che laumento sulle accise dei carburanti (tra 1 e 2 centesimi al litro) non è stato deciso solo per zittire gli "artisti piagnoni" ma soprattutto per finanziare le missioni militari in corso o per il rinnovo del contratto delle forze dellordine. Direttore artistico Teatro dellArchivolto La verità è che negli ultimi venti anni lo stanziamento per le attività culturali in Italia si è in pratica dimezzato, nonostante sia ormai provato che ogni euro pubblico speso per lo spettacolo ne produca quasi cinque, e che perciò la scelta di impoverire il tessuto culturale di una qualsiasi comunità sia un atto, oltre che di cecità, anche profondamente antieconomico. Eticamente, ed anche politicamente, è necessario quindi rifiutare e combattere il concetto che cultura e spettacolo siano settori semiparassitari o incapaci di vivere di solo mercato. In Italia la spesa in Cultura nel bilancio dello stato varia tra lo 0,28 e lo 0,16 contro 8,3 della Svezia e 3 della Francia. Nonostante questo quadro, nel 2010 cè stato in Italia, in tutto il comparto dello spettacolo dal vivo, un grande incremento di presenze, soprattutto a teatro (più 13,5). Mentre sempre a causa di precise scelte politiche, fiscali ed economiche nellultimo anno sono calate le sponsorizzazioni del 30, le donazioni del 7, le erogazioni delle Fondazioni Bancarie del 20,5. Per il World Economic Forum 2010, che valuta la competitività in campo culturale, lItalia è oggi al 48esimo posto, ultima in Europa. Tutto ciò è naturale conseguenza del clima politico dei nostri anni, che spinge a considerare la produzione artistica italiana (ma anche la scuola pubblica) come un covo di oppositori (o di plagiatori) che vorrebbero vivere a scrocco, e che non si rassegnano a produrre un digestivo e tranquillizzante consenso da reality show. Oltretutto il bilancio delle arti non può essere solo calcolato in termini di rendimento economico, e il prestigio culturale e la crescita intellettuale di un paese come il nostro, che ha tra i suoi pochi punti di eccellenza un patrimonio artistico unico al mondo, non è un conto che si può fare con la rigidità di un contabile. Ormai in tutti i paesi "evoluti" linvestimento culturale viene considerato quasi un bene - rifugio, fertili semi che daranno frutti. Inoltre è risaputo che lo studio degli indici di creatività e cultura di una comunità segnalino che a vitalità e investimento culturale corrisponde un Pil più forte e uneconomia più dinamica. Molti italici segnali fanno invece sospettare (è un eufemismo) che dietro il fragile sipario della mancanza di fondi si nasconda un cinico proposito di trasformazione quasi antropologica della società italiana: consumatori di pubblicità invece che cittadini; audience catatonica e anestetizzata invece di pubblico critico e consapevole. Ed è invece a questa forma di ascolto e partecipazione che mira lo spettacolo dal vivo, la felice marginalità del Teatro, sempre alla ricerca di dialogo e confronto, di spettatori critici, di crescita comune, di curiosità e vitalità. Da quando i cantastorie incominciarono ad arricchire la vita con le loro favole, la parola scenica non ha mai cessato di trasformare il sogno in vita, di protestare contro le ingiustizie del mondo, di soddisfare lumana sete di utopia, di diffondere sana insoddisfazione contro routine o sopraffazione, di incarnare una realtà che nonostante sia una rappresentazione imperfetta e metaforica della vita, ci aiuta a capirla meglio, a orientarci nei labirinti dellesistenza perché il Teatro, antico come il mondo, è patrimonio inalienabile, necessario e organico allessere umano, unica specie narrante. Come dice un amico perciò, "guai a chi si beve che la cultura non si mangia".
GENOVA - se le scelte della politica soffocano la cultura
In Italia, solo il 20% della popolazione adulta possiede gli strumenti minimi di lettura, scrittura e calcolo. Il livello di "analfabetismo" della società corrisponde al livello di attenzione e investimento nel campo della conoscenza e del sapere. Il governo ha deciso di aumentare le accise sui carburanti per finanziare le missioni militari e il rinnovo del contratto delle forze dell'ordine, anziché finanziare le attività culturali. In Italia, la spesa in cultura nel bilancio dello stato è molto bassa, tra lo 0,28 e lo 0,16% del PIL. Il teatro dal vivo è un settore che continua a crescere, ma le sponsorizzazioni e le donazioni sono calate.
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