Bellezza e degrado Ci sono luoghi che stanno andando in rovina. «Nel week-end mostreremo il valore di tutto il complesso» SCANDICCI Nel chiostro grande l'erba è cresciuta fino a trasformarsi in alberi e cespugli, le 32 colonne fanno da cornice ormai a una piccola selva. Nella sala dei conversi, per anni usata come deposito di vino, le volte a crociera risentono dell'umidità, quel che non ha fatto il tempo lo ha fatto l'incuria. Ma anche così questo luogo non ha perso il suo fascino e riesce ad essere incredibilmente bello. Sembra di poter sentire ancora, nel silenzio della preghiera e dello studio, il fruscio delle vesti dei monaci, che qui hanno vissuto fino al XVIII secolo, facendone un luogo di spiritualità e cultura, un centro di saperi, arti e mestieri. Siamo nell'Abbazia S. Salvatore e S. Lorenzo a Settimo, nella parte «inedita» del complesso monumentale sorto alla fine del primo millennio per volere della famiglia Cadolingi, nell'ala di proprietà privata che di solito è chiusa, ma che sabato 17 e domenica 18 settembre sarà in via straordinaria aperta al pubblico. Per la prima volta potranno essere ammirati il chiostro, la tinaia, il calefactorium, lo scriptorium, il refettorio, il vestibolo e la sala capitolare, e ad accompagnare i visitatori alla scoperta di questo tesoro nascosto saranno i volontari del Gruppo archeologico egli studenti del Russell-Newton. «E' un evento unico per far conoscere ai cittadini un vero e proprio scrigno spiega il sindaco Simone Gheri al tempo stesso è un'occasione importante per tenere accesi i riflettori sul bene architettonico e far capire l'immenso valore che avrebbe il complesso riunificato». Sì, perché questo un piccolo gioiello incastonato nella piana che accoglie anche le spoglie di Dino Campana, dal 1783, quando il Granduca Pietro Leopoldo esiliò i monaci e decise di smembrarlo, è diviso in due. Una parte, che comprende la chiesa, la cripta, il campanile esagonale alto 4o metri e la canonica, è della Curia. E stata sottoposta a un accurato restauro ed ora può mostrare fiera i suoi tesori: le opere del Ghirlandaio, i reliquari, i due busti che raffigurano le Vergini di Sant'Orsola (uno in legno, l'altro in cuoio dorato), la biblioteca con oltre 25 mila volumi, l'altare di Pietro Tacca, le ceramiche ritrovate durante gli scavi. L'altra parte, che è privata, prima è stata trasformata in fattoria, poi è stata abbandonata, e adesso sta andando in rovina. Da anni le istituzioni e il priore don Carlo Maurizi, stanno cercando di trovare i fondi per acquisirla e ristrutturarla, ma le lettere ai vari ministri dei Beni culturali e gli appelli a sponsor sono stati seguiti da diplomatici «no» o promesse mai mantenute e senza risorse il progetto è rimasto in un cassetto. «L'abbazia per secoli ha determinato la vita del territorio e ha avuto un ruolo fondamentale anche nella Repubblica Fiorentina», racconta don Carlo, che da quando è arrivato qui, 15 anni fa, ha cercato di recuperare non solo la bellezza ma anche la memoria di questo luogo. I monaci da Settimo esportarono le loro conoscenze in tutta l'area fiorentina, promossero le arti, portarono nella zona l'architettura gotica, contribuirono a bonificare la Piana e a regimentare le acque, furono i custodi del Sigillo di Firenze. L'apertura straordinaria (organizzata da Comune di Scandicci, Scandicci Cultura, Arcidiocesi di Firenze, Amici della Badia, Gruppo Archeologico di Scandicci, in collaborazione con l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze) rientra nel programma di valorizzazione e promozione della badia e vuol far riscoprire tutto questo. Il progetto per il recupero dell'abbazia (una delle poche fortificate e ancora complete esistenti) prevede che torni a essere non solo un bel monumento, ma un luogo vivo, con una sua comunità monastica, un centro spirituale e un laboratorio» di ricerca e di sapere, come lo era un tempo.