«Vogliamo lavorare anche noi, siamo disoccupati e viviamo in zona». Mentre all'interno del cantiere si passano la parola il sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari, il vicesindaco di Napoli, Tommaso Sodano, il Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Napoli Giandomenico Lepore, coordinati dal direttore de "Il Mattino", Virman Cusenza, impazza la protesta (all'esterno dell'area di Porto Fiorito. Ex dipendenti, oggi in cassa integrazione, dell'industria metallurgica e metalmeccanica ex Corradini, ora area dismessa e gente del quartiere, che vivono a pochi passi dal cantiere e chiedono un impiego. In tanti, tra gli interventi, si chiedono se Marina di Vigliena diventerà una cattedrale nel deserto, la nuova enclave per super-ricchi, oppure rappresenterà un'opportunità concreta di sviluppo. Anche don Luigi Merola, prete anti-camorra ritorna sulle tante occasioni che possono nascere dal recupero dei fondali e del litorale di San Giovanni a Teduccio e fa un appello alle istituzioni. «Questo cantiere - dice - è una luce che si accende. Fuori c'è tanta miseria. Prima di aspettare i miracoli da parte di San Gennaro dobbiamo darci da fare noi per primi. I solisti a Napoli fanno una brutta fine, questa rinascita deve essere una vittoria corale». Le aree recuperate saranno gestite da questa società, ma rimarranno di proprietà degli Enti coinvolti e che, al termine della concessione ai privati, ne torneranno in possesso. Tre le macroaree nelle quali si articola il progetto: bacino portuale (una fascia costiera di 800 metri), area di accoglienza-servizi e zona cantieri. Critico l'ad della Conateco, Pasquale Legora de Feo, secondo il quale «Porto Fiorito rappresenta un tappo al futuro sviluppo dello scalo commerciale di Napoli. Per il diporto nautico, la fascia costiera napoletana offre località ben più valide di quelle di San Giovanni a Teduccio, e Porto Fiorito è vicino ad una centrale elettrica, seppure alimentata a gas».