Puntuali come l'apertura dei portoni scolastici arrivano le tiritere inaugurali. Sul caro-libri, misurato in centesimi. Come se non si potesse adottare universalmente la pratica di passare i testi - ben mantenuti - dagli studenti più anziani a quelli più giovani. Sul peso degli zainetti, misurato in grammi. Come se lo scopo principale della scuola fosse quello, anche simbolico, di eliminare ogni sorta di gravame. Sulla diatriba tra educazione e istruzione. Quale dei due fini deve prevalere? Come se l'istruzione, ovvero l'insegnamento e lo studio puntuale, non fosse già di per sé una forma di educazione alla responsabilità, al mantenimento del patto leale tra insegnante e studente. Intanto tra "tagli" alla cieca, classi-pollaio, sfruttamento e avvilimento dei docenti, pare proprio che non resti che l'iniziativa degli insegnanti di buona volontà. Risorsa immensa, anche per sopravvivere. Ed ecco che molti docenti di storia dell'arte hanno pubblicamente lamentato, accorati, la penalizzazione che questa materia ha subito negli ultimi anni, la sciagurata stagione Gelmini. Persino in alcuni istituti turistici la disciplina è scomparsa Eppure il turismo culturale copre il 33 del Pil dell'economia turistica italiana (54 miliardi; rapporto Federturismo 2009). In uno sprazzo di lucidità intellettuale anche i burocrati dell'Unione europea hanno raccomandato la "valenza formativa" dello studio delle arti figurative. Del resto come potrebbe il popolo europeo accogliere e capire documenti come la Convenzione Ue del paesaggio (firmata a Firenze nel 2000, ratificata dal Parlamento italiano nel 2005), senza un briciolo di competenza e passione per l'aspetto estetico, mediato dalla pittura, del paesaggio? Quello stesso paesaggio "inventato" dai pittori italiani e oggi sottoposto alla transpartitica devastazione? Se non il ministro della pubblica istruzione, notoriamente avulso da qualsiasi interesse culturale (qui sta il punto di ogni questione), almeno il ministro dei Beni Culturali, Giancarlo Galan, finiti i riti e i miti della mostra di Venezia, potrebbe avanzare una protesta o una proposta fattiva che metta in pratica la sua esternazione («Insegnare la storia dell'arte fin dalle elementari», 4 settembre 2011; ma solo nell' "emergenza" di atti vandalici), in mezzo a un governo frastornato da una crisi finanziaria che non sa e non può gestire, e che abbandona dunque non solo lo studio ma il patrimonio artistico medesimo e depaupera le Sovrintendenze. In qualche liceo classico pubblico del Ponente ligure la storia dell'arte semplicemente non s'insegna più per mancanza di fondi, fino all'intervento episodico di uno sponsor privato locale. Ma perché lo studio dell'arte è così importante? Innanzitutto perché è un linguaggio universale. Se le letterature sono importantissime, e hanno fondato le identità nazionali, restano legate a una lingua o addirittura un dialetto, pur sempre traducibile, ma con difficoltà. L'arte, anche quella di un popolo lontanissimo, nella cui cultura stentiamo a entrare, ci parla subito, ci sfida a una risposta, se non immediatamente concettuale, almeno estetica Gli scambi, le imitazioni, la tradizione artistica sono uno dei grandi fondamenti dell'Europa e oggi percorrono il pianeta L'arte è il viaggio culturale globalizzato. Non ti capita, che so, in Giappone, di vedere un Fujiyama travestito da cézanniana Montagne Sainte-Victoire? Da quando, con il Concilio di Nicea II (787) la Chiesa e la cristianità hanno abbandonato l'iconoclastia e permesso e poi promosso le icone e via via le rap presentazioni sempre più complesse del sacro, da quando con il Rinascimento la cultura laica si è appropriata delle arti figurative per farne l'asse della sua nuova visione del mondo (Michelangelo, Leonardo), l'arte è divenuta il nostro habitat. Ogni casa, ogni chiesa, ogni Paese, ogni centro storico d'Italia è luogo d'arte. Lo respiriamo senza accorgercene come respiriamo l'aria. Nello stesso tempo lo sviluppo della "civiltà delle immagini" (rotocalchi, pubblicità, fino allaplay station e oltre) ci soffoca in una galleria senza fine di nuove icone sparate a mitraglia. Perché tornare all'arte classica e moderna attraverso un museo o una mostra o una lezione è sempre un'esperienza emozionante, rigenerante e ormai sentita come necessaria da milioni di persone che visi recano come a un pellegrinaggio? Non per semplice curiosità. Ma proprio perché con quell'esperienza "ci rifacciamo gli occhi", attingiamo una origina-rietà di sguardo e insieme cogliamo ciò che resta a fondamento di un'identità con cui ci possiamo confrontare con il resto del mondo. E l'identità italiana, per quanto oggi sfilacciata, poggia su queste basi. Da qui può nascere la nostra capacità di giudicare il bello e il tanto brutto che ci circonda quotidianamente, nei media e per strada. Non c'è niente che riveli il male quanto il cattivo gusto. E non c'è cittadino e comunità civile senza educazione artistica. Dimenticare nei fatti che questo è il grande dono dell'Italia al mondo, e che il mondo si aspetta ancora molto dall'Italia e dagli italiani come portatori di messaggi e valori artistici, è uno dei più grandi delitti della classe dirigente.
Non si uccide così la Storia dell'Arte nel Paese del bello
Il testo discute la penalizzazione subita dalla storia dell'arte negli ultimi anni, in particolare a seguito della stagione Gelmini. Molti docenti di storia dell'arte hanno lamentato la mancanza di fondi e la scomparsa della disciplina in alcuni istituti. Tuttavia, l'arte è un linguaggio universale che può essere compreso e apprezzato da tutti, indipendentemente dalla lingua o dalla cultura. L'arte è un viaggio culturale globizzato che copre il pianeta e ogni casa, ogni chiesa, ogni Paese è un luogo d'arte. Tuttavia, lo sviluppo della "civiltà delle immagini" sta soffocando le nuove icone e rendendo difficile la comprensione del bello e del brutto.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo