Quando, a metà giugno, le milizie del colonnello Gheddafi si presentarono davanti al cancello di Leptis Magna, Ahmed Mahjub non si fece cogliere impreparato. Il direttore del sito archeologico sapeva che prima o poi sarebbero arrivati. Si aspettava che avrebbero cercato di infiltrare soldati e armi nei suoi uffici o tra le rovine della grande città romana, inserita nel 1982 nella lista dei Patrimoni dell'Umanità dell'Unesco, usandola come scudo contro i raid aerei della Nato. Mahjub si era organizzato per tempo. Temendo una situazione di caos, in aprile aveva trasferito i preziosi reperti del museo archeologico in un magazzino custodito da cinque guardie armate, cementificando le pareti dove si trovavano quelli più ingombranti. Davanti all'insistenza degli ufficiali accampò ogni scusa: «Ci vuole il permesso dell'Unesco», esordì. «Non ho più le chiavi», rispose ad altri. Giocò anche sulla superstizione dei soldati, trasportando un sarcofago nel suo ufficio con i resti di una salma. «Dissero che era un luogo maledetto», ricorda. Ma ciò che persuase i miliziani a non varcare i cancelli fu la solidarietà delle famiglie che vivono intorno a Leptis Magna. Accorsero in 200, schierandosi davanti agli ingressi. Di giorno e di notte «Leptis non si tocca», protestavano. Grazie alla caparbietà del direttore, all'occhio vigile degli abitanti, e alla complicità di un generale non indifferente alle antiche vestigia occidentali, come lo sono invece diversi membri del regime, Leptis non è stata violata, né ha subìto danni. A dispetto delle allarmanti notizie diffuse dai due belligeranti. In una guerra combattuta anche a colpi di propaganda, i media hanno spesso pubblicato le false informazioni diramate dai ribelli e dal regime. Citando un sedicente capitano dei ribelli, scrivevano: camion muniti di lanciarazzi e centinaia di lealisti si sono nascosti tra le rovine, convinti che la Nato non colpirà il sito. Sul fronte opposto, Jana, l'agenzia di stampa del regime accusava la Nato di «aver bombardato Leptis Magna». Definendosi «terrorizzato», il 18 agosto il ministro per le Attività culturali, Giancarlo Galan, lanciava un'appello alle parti in conflitto chiedendo di risparmiare i siti archeologici: «Chi può dire stando in Italia o in qualunque altro angolo d'Europa di sapere ciò che sta davvero accadendo in Libia?». Mahjub, direttore dallo scorso febbraio, corse a Tripoli per invitare i giornalisti a constatare che si trattava di notizia infondate. «Sono venuti in pochissimi», spiega, mentre ci accompagna all'interno del vasto sito archeologico. In questi giorni Leptis Magna è deserta. Il silenzio e l'assenza di turisti conferiscono ai monumenti un aspetto ancor più solenne. Sotto il grandioso arco di Settimio Severo, eretto nel 203 d.C., Mahjub descrive le origini fenice della città e il suo ruolo di crocevia commerciale. Poi racconta quando i romani la strapparono ai cartaginesi durante la terza guerra punica. «La città raggiunse il suo apogeo nel 193 d.C., quando ci vivevano 100mila abitanti». Mahjub accarezza il pavimento in marmo delle terme di Adriano: «Qui si respira la storia. In Libia ci sono altri siti patrimonio dell'umanità Cirene, Sabratha, Ghadamès e Tadrart Acacus ma Leptis è il più grandioso. E gli scavi non hanno coperto il 40 dell'area». Laureato alla facoltà di archeologia di Khoms, Mahjub ricorda suo nonno. «È stato direttore a Leptis Magna per 50 anni». Lo era, quindi, anche nel 1969, quando un ufficiale di 27 anni, Muammar Gheddafi, rovesciò con un colpo di stato indolore la monarchia di Re Idris. Nei 42 anni di regime, il Rais cercò di cancellare ogni traccia del passato coloniale italiano. Ai suoi occhi, anche l'antica Leptis Magna era un simbolo del dominio occidentale. «Pensate precisa Mahjub che non è mai venuto qui. Nonostante le miliardarie rendite del petrolio, il Governo ci ha donato 100mila dollari in 42 anni». La Libia oggi ha voltato pagina. E la popolazione locale vede negli scavi una grande opportunità per sviluppare l'industria del turismo. «Leptis potrà generare un indotto per tutti noi» spiega Khaled, 54 anni, mentre impreca contro il regime. I tempi sono cambiati; se prima non si osava pronunciare il nome di Gheddafi per il timore di essere arrestati, oggi, per non destare sospetti, è consigliabile inveire spesso contro l'ex Rais, quasi fosse un intercalare. «Siamo diventati padri e poi nonni tuona Khaled . E Gheddafi restava sempre lì, a opprimerci, e a opprimere la cultura». «Abbiamo bisogno che le missioni archeologiche ritornino subito: soprattutto gli italiani, con cui abbiamo un legame speciale», sottolinea Mahjub. «Con i libici c'è un rapporto particolare. Abbiamo sempre concordato i lavori», conferma l'archeologa Luisa Musso, docente di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana all'Università Roma Tre. «Il nostro team, circa 20 persone, è presente a Leptis Magna dall'inizio degli anni 90. Ci recavamo almeno due volte l'anno. L'ultima a febbraio, pochi giorni prima della rivolta». Vi erano anche diverse missioni straniere. Ma sono gli italiani (con il contributo del ministero dei Beni culturali, nel sito lavorano anche l'università di Macerata, Palermo, Catania e Messina) ad aver sempre svolto la maggior parte dei lavori. «Per cambiare il cervello del libici bisogna farli studiare in Italia, affinché guardino l'archeologia con i vostri occhi», consiglia Mahjub. «La formazione è una priorità precisa Luisa Musso . È fondamentale riprendere il programma di borse di studio portato avanti dall'Università Roma Tre. E occorre accompagnare i progetti di restauro a quelli di conservazione. Noi italiani disponiamo di strumenti e tecniche adeguate». Davanti al grande teatro romano cinque ribelli armati effettuano la ricognizione giornaliera. Ma è la popolazione il vero custode del sito. «Leptis è il nostro petrolio irrompe Mohammed, aspirante archeologo , ma è un giacimento che non si esaurirà». 9 settembre 2011
Leptis Magna salvata dai cittadini
Il direttore del sito archeologico di Leptis Magna, Ahmed Mahjub, ha resistito all'occupazione delle milizie del colonnello Gheddafi, che si sono presentate davanti al sito a metà giugno. Mahjub si è preparato per il caso e ha trasferito i preziosi reperti del museo archeologico in un magazzino custodito da cinque guardie armate. La popolazione locale ha protestato contro l'occupazione, schierandosi davanti agli ingressi del sito. Grazie alla solidarietà delle famiglie che vivono intorno a Leptis Magna, il sito non è stato violato e non ha subìto danni.
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