Sepe ha presentato il progetto per dare nuova vita a luoghi di culto non utilizzati Potranno essere trasformate in sedi di incontro, di studio e di lavoro. Ma anche di preghiera. «Un utile contributo al riscatto della città» Riaprono le chiese di Napoli che il mancato utilizzo ha portato all'abbandono. Bello ignorato, spesso ignoto, da riscoprire e rendere nuovamente accessibile. Non solo per oltrepassarne la soglia e ammirare lo splendore e la bellezza dimenticati, bensì per viverlo giorno dopo giorno come luogo amico dove incontrarsi, imparare, riflettere, conoscere, lavorare e pregare. Lo chiede l'arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, che offre questa parte, purtroppo non minima, del patrimonio della Chiesa partenopea a chi saprà farne centri di sapere e di sviluppo. «Penso - sottolinea il porporato - che la riapertura possa costituire un utile contributo al riscatto della città, con la conseguente valorizzazione, delle chiese che da anni sono rimaste chiuse per farne catalizzatori sociali, incubatori di cultura, svago, conoscenza, di nuove occasioni e forme di occupazione». Nella diocesi è un patrimonio immenso, anche se solo una parte appartiene alla Chiesa - il resto va diviso tra Stato, Comune e ministero dell'Interno - e che al momento conta oltre cento edifici sacri abbandonati, spesso vandalizzati. L'intento è di darli in comodato d'uso gratuito a chi intenda ristrutturarli, restaurarli, riadattare per scopi sociali, culturali, artistici e formativi. L'immobilità dell'incuria li ha chiusi, la generosità le spalanca. Per la prima volta, di sicuro in Italia ma forse in Europa, la Chiesa offre il proprio patrimonio per il bene della città e della comunità. E non sono anonimi edifici senza storia e senza cultura. Un atto di estrema generosità - sostenuto dalle università, dalle sovrintendenze e dalle istituzioni politico-amministrative - perché niente sia lasciato al caso e perché tutto si realizzi. Soffia lo spirito del Giubileo per Napoli, che il cardinale Sepe ha indetto lo scorso dicembre modulandolo sulle sette opere di misericordia. Soffia e spinge a riaprire quel che è sprangato; riporta a vita quel che è abbandonato; illumina quel che è oscurato. In nove mesi intaccando l'armatura della rassegnazione e rafforzando la speranza nonostante il tempo dell'incertezza - sociale, politica, economica, etica - che su Napoli e sulla Campania più che altrove pesa. Soffia il vento giubilare e dopo aver avvolto la legalità, il lavoro, la cultura, la sanità, la scuola ora si volge alle chiese negate e ne apre le porte per restituirle alla città, al tessuto sociale, al mondo della cultura, delle arti e dell'artigianato. Edifici che nulla hanno perso della loro sacralità eppure sono stati accantonati come se per primi dovessero annunciare, anzi predire, il deserto dell'oggi. «L'abbandono - osserva don Adolfo Russo, vicario episcopale per la cultura - è contagioso». Si attendono, allora, nuovi progetti che combinino economia e solidarietà e speranza e dignità, perché si sollevi dalle chiese il brutto velo del degrado e tornino così ad essere punti di luce e sorgente di bellezza recuperando il senso di appartenenza del cittadino al proprio quartiere e alla città. Si aprono le chiese, si rafforza il cammino civico, di solidarietà e di sviluppo. Un bando - presentato ieri dal cardinale Sepe e consultabile sul sito chiesadinapoli.it - ne descrive i modi sebbene non proponga ancora l'elenco delle chiese offerte poiché sarà una commissione appositamente costituita ad assegnare, in base al progetto, l'edificio ritenuto più adatto allo scopo. L'originalità di Napoli, avanguardia che spiana la strada al nuovo, che indica la direzione da seguire, si afferma ancora una volta e in un momento difficile per il Paese, e ancor più per Napoli. La Chiesa può dire ad alta voce: stiamo facendo la nostra parte. Sono dieci gli edifici subito disponibili per le «Chiese da riaprire» l'arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe si appella alla generosità di sponsor privati e invita i confratelli vescovi, anche di diocesi estere, ad «adottare» una chiesa di Napoli e a farla rinascere allestendovi centri studi, di accoglienza e di informazione. «Si avvierebbe un circuito virtuoso di scambi culturali - spiega - oltre che un recupero di vivibilità e di rilancio del territorio». Il pensiero corre ai Decumani, alla Sanità, ai Quartieri Spagnoli: «Come sarebbero - chiede di immaginare - se imprese e associazioni venissero ad animarli con mille attività?». Da quando è stata lanciata l'idea, la scorsa primavera, molte proposte sono giunte, troppe perché si potessero accettare senza dare indicazioni e criteri precisi. Perciò la necessità del bando per la manifestazione di interesse. Il cardinale annuncia che sono state individuate circa dieci chiese la cui disponibilità è immediata, grazie al lavoro della Facoltà di Architettura dell'Università Federico II e della Seconda Università degli Studi (Sun). D'altronde non tutte necessariamente hanno bisogno di restauri odi complesse opere edili. Lo sguardo ora è al futuro, ma l'esempio di una chiesa chiusa, restaurata, riaperta, riutilizzata esiste già: è Santa Maria di Donnaregina Nuova, dal 2008 sede del Museo diocesano. Benché appartenga al patrimonio del ministero dell'Interno, il complesso monastico barocco valorizza i beni culturali ecclesiastici, che, ribadisce il cardinale Sepe «servono alla fondamentale missione pastorale della chiesa per comunicare il sacro, il bello, il vero, l'antico e il nuovo». Il Museo custodisce e offre al pubblico una parte del prezioso patrimonio storico-artistico dell'arcidiocesi di Napoli ed è uno strumento per far interagire testimonianze del passato e vissuto ecclesiale a vantaggio del territorio. «Il Museo diocesano - prosegue il porporato - è un importante punto di riferimento sia per una sapiente rivisitazione della storia credente della comunità locale espressa nelle forme dell'arte, sia per una lettura culturale altrettanto sapiente dell'oggi».