Ora sarà sottoposta a restauro Caligola è tornato a Nemi. Da qualche giorno, nel Museo delle Navi, è arrivata l'unica statua colossale che conosciamo dell'imperatore amante di questo lago: ridotta a pezzi, proveniente da uno scavo clandestino della zona, è stata recuperata a Fiumicino dalla Guardia di finanza. Realizzata in marmo greco, comprende la testa e la parte sinistra del corpo e di un sedile decorato; ma in origine la figura seduta, col busto nudo e un mantello sulle gambe, era alta due metri e mezzo e si ispirava a Giove assiso in trono. La testa, in realtà, non è riconoscibile. Essendo rimasta a contatto con un terreno acido per tanti secoli, si è consumata, e a far riconoscere il personaggio effigiato è una tipica calzatura. Il piede è infatti scolpito dentro una di quelle comode "caligae" basse che indossavano i soldati "speculatori", quelli che venivano mandati in esplorazione, e che l'imperatore portava già da bambino quando seguiva negli accampamenti il padre Germanico, amato e valoroso generale. Da quell'epoca deriva l'appellativo "piccola scarpa" (caligula, appunto) che lo ha sempre designato, anche se il nome ufficiale era Gaio. La scultura, che a breve sarà sottoposta a un restauro aperto al pubblico, si trovava in una posizione elevata, dove c'era la residenza di Lucio Giulio Silano (il nome è inciso su una conduttura di piombo), poi passata nel demanio imperiale. "Da questo luogo si vede il mare e Caligola poteva scorgere Anzio, dov'era nato", racconta Giuseppina Ghini, responsabile del sito per la Soprintendenza archeologica del Lazio, che l'ha studiato e fatto vincolare. "La statua era poggiata su un basamento semi-circolare all'interno di un grande ninfeo "a ventaglio". Le decorazioni sono state depredate, ma i frammenti di pasta vitrea, di marmi, di colonne, fanno pensare a un ambiente molto prezioso". A Nemi, una quarantina di chilometri a sud di Roma, l'imperatore si era creato un luogo di delizie: una villa principale, forse sovrapposta a quella di Giulio Cesare, e altre dimore intorno al lago, dove faceva navigare navi allestite come edifici di lusso. Avevano spazi coperti da tegole dorate, pavimenti e ricchi ornamenti: vere e proprie regge galleggianti per feste e cerimonie in compagnia di familiari (in particolare la sorella Drusilla, che volle divinizzare dopo la fine precoce), ospiti illustri e cortigiani. Il loro aspetto ha alimentato leggende e ricostruzioni fantasiose - fece scalpore, già nel 1906, un disegno apparso su "Scientific American" - e una grande delusione è seguita al recupero di due di esse negli anni Trenta del secolo scorso. Dovevano essere la risposta italiana alla sensazionale scoperta inglese della tomba del faraone Tutankhamon ma, pur importantissime per la documentazione storica, non recavano tracce di oro e gemme: per troppo tempo le decorazioni erano state saccheggiate a piene mani. A testimoniarne lo sfarzo, nel Museo di Nemi restano quattro colonne di marmo, lastrine di pasta vitrea (curiosamente, bianche rosse e verdi), riquadrature marmoree di pavimenti e pareti; mentre i notevoli apparati decorativi di bronzo occupano una grande sala del Museo nazionale di Palazzo Massimo a Roma. Caligola, sul trono solo quattro anni (dal 37 al 41 d. C.), è stato descritto dalle fonti antiche come un mostro di crudeltà. Ma una più attenta riflessione storica ha corretto da tempo il tiro, ridimensionando molte azioni a lui attribuite, compresa la presunta pazzia. Fu senz'altro stravagante, non si risparmiò lussi e capricci, e non fu in grado di gestire l'immenso potere che il Senato gli aveva attribuito; comunque, non dissipò l'erario com'è stato tramandato e, dopo che fu ucciso a pugnalate nel palazzo imperiale sul Palatino, non vi furono esplosioni di gioia, ma manifestazioni di protesta. Subito dopo ci fu un accanimento nel distruggere tutto ciò che lo riguardava, a cominciare dall'affondamento delle navi; il tempo e l'incuria hanno invece infierito sulle tracce edilizie rimaste ancora intorno al lago di Nemi, che non riguardano solo i fasti di Caligola. Nel manto di verde che ricopre le pendici del cratere si susseguono proprietà private che hanno consentito indagini scientifiche di ricognizione senza che sia seguita la loro fruibilità. È il caso della villa imperiale, in località S. Maria, oggetto di scavi e sondaggi degli Istituti Nordici dal 1997 al 2002, che hanno evidenziato cisterne, impianti termali, una grande terrazza affacciata sul lago, ambienti decorati con affreschi e mosaici e un pezzo di strada romana. Tutto studiato, fotografato e poi ricoperto. Oggi, dietro un piccolo cancello chiuso, si scorgono solo erbacce. Un bel da fare per la soprintendenza che sta portando avanti una campagna di rilevamento di tutte le realtà archeologiche per tutelarle: anche se sono soggette a vincoli che hanno evitato scempi edilizi, ma ben poco è proprietà dello Stato, compresa l'area del santuario di Diana. Si tratta di un luogo di culto antichissimo, che venne monumentalizzato alla fine dell'età repubblicana e rimaneggiato durante l'impero; forse fu proprio sotto Caligola che la divinità venerata fu assimilata a Iside. Le processioni e le cerimonie notturne che vi si svolgevano erano famose in tutto il mondo romano, così come il rito cruento che accompagnava l'insediamento del nuovo sacerdote del santuario ("rex nemorensis"): prima di entrare in carica doveva uccidere in duello il suo predecessore. La notorietà del sito spinse, nei secoli scorsi, molti appassionati stranieri a compiere scavi, portando via un numero incredibile di opere d'arte: solo qualcosa è rimasto a Nemi e a Roma. Un muraglione con ampie nicchie sottolinea l'imponenza del santuario; lì vicino, di recente, gli archeologi hanno rinvenuto due colonnati e un muro dipinto, e hanno evidenziato il podio del tempio principale, che si trova a ridosso di un casolare fatiscente. Altre ricerche della soprintendenza, con l'università di Perugia, riguardano una zona più alta, dove è stato messo in luce un ninfeo, e ancora c'è tanto da scoprire. Mancano però recinzioni e custodi. Le rovine si trovano fra allevamenti di api e orti. Mancano le risorse, tanto per cambiare, come sottolinea Marina Sapelli Ragni, soprintendente del Lazio: "Abbiamo chiesto al ministero finanziamenti ulteriori per proseguire le ricerche nel luogo del ritrovamento della statua e intorno al tempio di Diana, che ha bisogno di un progetto che ne valorizzi i vari aspetti". Fra tutti, l'auspicato percorso archeologico dell'intero bacino, dove tutto parla non solo delle prelibate fragoline di bosco, pilastro dell'economia locale, ma anche della dea Diana e dell'imperatore Caligola. n Due tesori in fondo al lago Il primo progetto per il recupero delle navi risale a Leon Battista Alberti nel 1441, su commissione del cardinale Prospero Colonna. Sono rintracciati diversi reperti che fanno datare l'epoca di costruzione. Nel 1537 ci prova il bolognese Francesco De Marchi che, con argani sistemati su uno zatterone, riesce a rimuovere da una nave una gran quantità di travi e chiodi dalla testa d'oro. 1895: le operazioni dirette da Eliseo Borghi, con l'intervento di palombari, scoprono la seconda imbarcazione e diverse teste bronzee di lupi e leoni. Nel 1927 si decide la grande impresa del definitivo recupero, affidata all'ingegnere Guido Ucelli. 20 ottobre 1928: Benito Mussolini aziona l'impianto per abbassare il livello del lago. Potenti pompe idrovore aspirano l'acqua facendola defluire a Valle Ariccia attraverso la galleria ripristinata dell'antico emissario. 1929: la prima nave è tirata a secco. Novembre 1933: è completato il salvataggio delle due imbarcazioni (lunghe 70 metri e larghe circa 25), che vengono alloggiate in capannoni. 1939: inaugurazione del museo delle Navi, disegnato dall'architetto Vittorio Ballio Morpurgo. 31 maggio 1944: un incendio, non si sa se provocato dalle truppe tedesche in ritirata o scoppiato accidentalmente tra gli sfollati, distrugge navi e reperti. Riaperto nel 1953, rinnovato nel 2000, il museo espone, tra i numerosi reperti della zona, la ricostruzione delle navi su scala 15 con manufatti e attrezzature originali. Per informazioni, e anche per visite al santuario di Diana: 06 9524746.