À Rome, c'est Le Bernin qu'on assassine". L'enfasi drammatica del titolo di Le Figaro ("A Roma si uccide Bernini") può dare un'idea dell'emozione suscitata in tutta Europa dall'atto vandalico di Piazza Navona, una settimana fa. Un'emozione che appare tuttavia fuori luogo, o almeno assai curiosamente indirizzata. E non solo perché Bernini, in verità, c'entra poco (il mascherone colpito è infatti una copia ottocentesca di un originale che preesisteva alla risistemazione berniniana della fontana): ma perché ogni giorno il nostro patrimonio artistico subisce attacchi infinitamente più gravi di quelli provocati dal povero romano senza fissa dimora. Ci sono, innanzitutto, i danni veri e propri. Basta citare i furti e i crolli che quotidianamente cancellano per sempre interi brani delle chiese del centro di Napoli: e ognuna di queste perdite vale, da sola, mille volte quella romana. Ma di fronte agli occhi scorrono le immagini desolanti dell'abbandono della mirabile Catania barocca o di Cosenza vecchia, del centro de L'Aquila che rischia di non sopravvivere alla sua ricostruzione, dei crolli della Domus Aurea e delle Mura Aureliane a Roma, dell'antico Tempio di Mitra a Marino allagato dai liquami durante lavori che minacciano di distruggerlo, della chiesa di Orbetello venduta a privati e lasciata andare in rovina, del degrado della pisana Certosa di Calci e mille altri ancora: un rosario di gravissimi lutti artistici che non trovano sulla stampa nemmeno un centesimo dell'eco che ha avuto il folle di Piazza Navona. Intendiamoci, è vitale innanzitutto prevenire e quindi punire severamente qualunque atto vandalico contro il patrimonio: ma è incomprensibile che l'atto isolato di un folle conquisti pagine e pagine e muova le penne degli editorialisti più fini, mentre quegli stessi giornali fanno un'enorme fatica a coprire, raccontare e interpretare i danni perpetrati sistematicamente dall'interesse venale o dall'ignoranza di migliaia di nostri concittadini tutt'altro che folli. Per non parlare della diffusa incapacità di comprendere il potenziale distruttivo di una politica di tutela inadeguata, o peggio dolosamente passiva: quasi non si vedesse che varare un condono edilizio, tagliare i fondi del ministero per i Beni culturali, bloccare le assunzioni del personale di soprintendenza, o alienare indiscriminatamente gli immobili pubblici equivale a infliggere al patrimonio danni sideralmente superiori alla somma di tutti quelli causati da tutti gli atti vandalici dell'ultimo secolo. Ma questo vandalismo politico e culturale incontra esegeti molto meno numerosi e acuti. La vicenda di Piazza Navona un lato educativo, tuttavia, ce l'ha. Molti italiani si sono quasi sentiti traditi apprendendo che l'opera danneggiata era "solo" una copia. In effetti, alcune delle più importanti sculture nate per vivere nelle nostre strade sono state trasferite al chiuso e sostituite da copie: a cominciare dal San Giorgio di Donatello e dal David di Michelangelo, musealizzati già nell'Ottocento. A Roma il vero Marc'Aurelio ondeggia su un orribile trampolino nei nuovi Musei Capitolini, mentre sul piedistallo disegnato da Michelangelo poggia una copia imbarazzante. I veri Cavalli di San Marco non sono quelli che si vedono sulla facciata della basilica veneziana, e le statue dei santi patroni che sovrastano la folla dei turisti dalle nicchie della fiorentina Orsanmichele sono cloni moderni di superbi originali chiusi in un museo quasi sconosciuto. Proprio a Firenze si raggiungono vette di particolare perversione: le riproduzioni dei battenti della Porta del Paradiso sono incorniciate tra gli stipiti e l'architrave originali di Lorenzo Ghiberti, e il vero Perseo di Benvenuto Cellini sormonta una copia assai malriuscita del piedistallo, sempre celliniano, che sta ormai al Museo del Bargello. Tutte queste sostituzioni sono motivate da ragioni di conservazione: in alcuni casi cogenti, in altri invece (come per il Marc'Aurelio) assai meno. Il risultato, in ogni caso, è assai triste: le grandi opere d'arte del passato escono dalla nostra vita quotidiana, confinandosi in uno spazio artificiale e lasciando che le nostre città assomiglino sempre di più a una Disneyland della storia dell'arte. Ma esiste una soluzione, almeno in prospettiva, ed è quella conservazione programmata per molto tempo propugnata invano da Giovanni Urbani (1925-1994), un funzionario dei Beni culturali così intelligente e morale da essere prima emarginato e poi costretto alle dimissioni. Urbani non pensava il restauro come un intervento volto a migliorare la percezione estetica di un singolo oggetto, ma come una strategia, insieme culturale e operativa, che assicurasse la conservazione della presenza materiale, e contemporaneamente del ruolo morale, dell'arte del passato nel mondo di oggi. Se un Paese come l'Italia si decidesse a investire seriamente nella ricerca scientifica e tecnologica relativa al restauro, l'obiettivo di conservare le sculture nei luoghi pubblici e nella funzione civile per cui sono nate non sarebbe certo irraggiungibile. Ma occorrerebbero una volontà politica, una prospettiva culturale e un'opinione pubblica educata a conoscere davvero la storia dell'arte: tutte cose assai meno comode del rassicurante pensiero che ad "assassinare Bernini" sia il povero squilibrato di Piazza Navona.