Giancarlo Galan Ministro per i Beni e le Attività culturali Caro direttore, se quanto accaduto a piazza Navona appartenga alla serie delle porcherie proprie di un certo nostrano vandalismo insensato piuttosto che a una qualche vertigine di menti squilibrate, si riuscirà forse a saperlo. E con questo dov'è il vantaggio che ne ricaveremmo, a proposito dei tanti e diversi rischi cui è esposto, da millenni, il nostro vasto e diffuso patrimonio culturale? I cosiddetti «attacchi all'arte», o meglio, gli sfregi, i danni arrecati all'enorme universo delle «cose» della cultura, siano esse materiali o immateriali, sono la tragica «norma» in un Paese come l'Italia, dove da un'eternità si è posti di fronte all'incessante ciclo dovuto a disgregazione e nuova aggregazione. Anche se, a dire il vero, le aggregazioni appartengono a epoche che seppero effettivamente «aggregare» nuova arte, nuova cultura, col mettere assieme i frammenti artistici o architettonici o letterari o filosofici che il caos della storia consegnò alla creatività di chi «inventò» il Medioevo, il Rinascimento e tutte le altre forme di classicismo o di revival. Comunque, da moltissimo tempo non è più consentito spostare colonne o teste di marmo o parti di un dipinto per proporre «novità» sul piano artistico. Se si «aggrega», lo si fa in modo concettuale e pertanto si tratta d'altro. Oggi invece è di vandalismo puro e semplice che dobbiamo discutere, usando un termine vandalismo appunto che ritenevo assai precedente al secolo in cui per la prima volta fu usato, il XVIII secolo. La domanda che mi pongo è la seguente: quanto può durare la vita di un'opera d'arte, che nel nostro caso è una scultura? Al principio c'è il talento dello scultore, ma in un più o meno lungo periodo di tempo accade quanto ebbe a scrivere Marguerite Yourcenar: «Una seconda fase, nel corso dei secoli, attraverso un alternarsi di adorazione, di ammirazione, di amore, di spregio, di indifferenza, per gradi successivi di erosione e di usura, la ricondurrà a poco a poco allo stato di minerale informe a cui l'aveva sottratta lo scultore». Tutta qui la «tragicità» che deve affrontare e quindi risolvere un Paese qual è l'Italia. E' compito nostro, allora, opporci in ogni modo a tutto ciò che può rendere «informe» il nostro patrimonio di arte, di storia, di cultura. Coscienti come siamo delle ineluttabili forze distruttive possedute dalle molteplici forme della disgregazione, sappiamo che qualcosa si può e si deve fare. Di sicuro inasprire le pene previste per chi sfregia, danneggia, distrugge ciò che appartiene al patrimonio culturale della nazione. Ma se all'inasprimento si aggiungesse la certezza di una pena immediata ed effettiva giudicherei questo finalmente utile e vantaggioso. E per restare alla cronaca del prima e dopo quanto successo a piazza Navona, ritengo sacrosanta la tutela dei diritti che attengono alla sfera del privato, ma, se si tratta di tutelare il patrimonio culturale della nazione, è indispensabile dare la precedenza ai diritti del pubblico, diritti che è evidente hanno trovato un grande beneficio nelle telecamere in azione attorno alla Fontana del Moro. Da ultimo, una riflessione sollecitata da un passo scritto da Plinio il Vecchio. Secondo Plinio con soli quattro colori alcuni «famosissimi pittori» realizzarono opere immortali. E spesso uno solo di quei capolavori «veniva acquistato con le entrate di tutta una città». Ai nostri giorni, i giorni di Plinio s'intende, che morì a seguito dell'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., disponiamo di tutto, ma in cambio «non abbiamo più pittura». Insomma, «le cose migliori si ebbero allora, quando meno risorse vi erano (...), adesso si apprezza il valore delle cose, non quello dell'animo». Parole sconfortanti dunque, quelle di Plinio. Comunque, se dal latino passiamo al nostro volgare, la verità potrebbe essere questa: nelle epoche in cui non conta l'arte, in cui non si coglie il senso autentico della cultura, fioriscono i vandalismi d'ogni genere. In fondo, e mi auguro di non essere contraddetto, sono certo che lo sfregio di piazza Navona non possa accadere a Spello piuttosto che ad Arquà Petrarca o a Città della Pieve. E questo perché si sa che le «cose migliori» costituiscono l'animo della propria città e a nessuno viene concesso di offendere quell'animo.
Corriere della Sera
8 Settembre 2011
I vandali fioriscono dove la cultura declina
GI
Giancarlo Galan
Corriere della Sera
Il ministro per i Beni e le Attività culturali, Giancarlo Galan, esprime preoccupazione per gli attacchi vandalici a opere d'arte in Italia, come quello recente a piazza Navona. Egli sostiene che tali atti siano una norma in un Paese come l'Italia, dove la disgregazione e la nuova aggregazione sono costanti. Galan afferma che la vita di un'opera d'arte è soggetta a una serie di fasi, tra cui adorazione, ammirazione, amore, spregio e indifferenza, che possono portare all'erosione e all'usura.
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Bene culturale
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