Compressa nel presente, la nostra sensibilità è ormai abituata a piallare lo spessore storico di ciò che vediamo e tocchiamo: i fili sottili che legano la nostra idea della cura ai secoli dell'umanesimo o il senso dello spazio al paesaggio dei mondi della classicità, sfuggono così facilmente che non manca chi, come una sentinella delle proprie lacune, li ritiene superati da ermeneutiche che per quanto intellettualmente raffinate rimangono zoppe. Qualcosa di simile accade intorno a ciò che chiamiamo arte: estetiche e tecnicalità, infatti, hanno costruito una disciplina a sé stante che non può prescindere dalla funzione esercitata da oggetti di cui il committente ha pagato l'oggettività e dei quali l'artista ha usato linguaggi suoi, polarizzati da una ricerca che lo studioso sa ricostruire con strumenti di una disciplina storicizzante. Ma sarebbe sbagliato dimenticare del tutto che le opere d'arte in molti casi sono portatrici di significati terzi: che non necessariamente differiscono e non necessariamente coincidono con quelli del committente e dell'autore. Significati legati alla memoria, alla comunicazione o alla fede: spesso la fede cristiana che, grazie alla decisione assunta nel secondo concilio di Nicea del 787, ha riconosciuto come proprio di un cristianesimo rigoroso non il divieto delle immagini proprio al giudaismo e all'islam, ma la venerazione delle immagini che rappresentano la carne di Cristo, confessandone così, nel colore e nella forma che stanno davanti, la fede, la verità, e la realtà. Questa fede professata dal VII concilio, riconosciuto come ecumenico nello stesso senso dalla chiesa di oriente e di occidente, ha segnato indelebilmente la storia della nostra cultura, e del cristianesimo: perché nello svilupparsi di linguaggi autonomi, o nell'irrigidirsi di paradigmi, l'una e l'altra hanno espressa la differenza e la comunione che le tiene, ancora oggi in relazione. Chi infatti guardi oggi una icona orientale o un'opera d'arte della tradizione occidentale con la dovuta attenzione a questo, percepisce, al netto dei valori artistici, graduati secondo paradigmi culturali spesso discutibili, la profondità di quel legame e il valore di quella varietà, che unisce e separa chiesa, ancor prive della comunione di giurisdizione ma unite dalla professione della fede. Per questo l'occasione dell'anno dello scambio culturale tra l'Italia e la Russia non poteva non suggerire qualcosa di specifico, su questo piano. Infatti stanno correndo in questo anno le visite accademiche, gli eventi musicali, i prestiti intermuseali, realizzati grazie all'impegno generoso di singole istituzioni. Scambi che come sempre- lasciano freddini o preoccupati i fautori di una degustazione romantica in situ di opere, che spesso in quel luogo ci sono finite per caso, o per rapina o per disgrazia; e che invece esibendosi, fuori di contesto o per prestito sono diventate patrimonio comune di milioni di essere umani in carne e ossa, talora perfino giovani, e dunque sprovveduti dell'armamentario critico-linguistico dello specialista, cose che un tempo erano riservate ad una eletta schiera di degustatori. Questo circolare di opere si presenta anomalo, proprio perché si propone esplicitamente di metter in comunicazione la forma della confessione di fede, portata da alcune grandi opere d'arte sacra, della Russia e dell'Italia. È uno scambio che vede protagonista Firenze e che è stato reso possibile dall'esistenza di un credito cultura e spirituale costruito nel tempo. Il lavoro per l'edizione critica dei grandi concili di tutte le chiese, promosso dalla fondazione per le scienze religiose, infatti, ha prodotto la prima edizione critica del Niceno II, e sta lavorando alla prima edizione critica dei grandi concili della chiesa russa: un lavoro scientifico finissimo il cui valore non è sfuggito su scala internazionale (è stato presentato da Romano Prodi all'expo di Shangai e dal Patriarca ecumenico a Istanbul capitale della cultura europea) e che ha rafforzato la credibilità di un interlocutore scientifico di prima grandezza. D'altro canto la nuova traduzione della Bibbia in italiano di cui l'arcivescovo di Firenze monsignor Giuseppe Betori, è stato protagonista, ha attirato sulla sua fine costruzione l'attenzione di diverse istituzioni accademiche e teologiche russe, alle prese con i problemi di una versione della Scrittura consacrata dalla liturgia e difficile per i fedeli. Questo ha permesso di formulare la proposta di impreziosire l'anno ItaliaRussia con uno scambio di capolavori dell'arte sacra che dicessero esattamente questo: cioè la profondità del legame e la ricchezza della diversità che si basa sulla fede comune del Niceno II. La proposta aveva bisogno di capolavori auto-eloquenti, per nome e per portata. Poi aveva bisogno di verifiche tecniche negli organi di tutela che sono state richieste e adempiute (hanno dato corso a qualche pettegolezzo fasullo, incautamente raccolto e agghindato con piccole bugie anticlericali come da noi talora accade). E ha incontrato l'entusiasmo delle massime istituzioni dei due stati, che hanno gli strumenti per distinguere tra uso e abuso delle opere d'arte. Questa convergenza porterà, fra l'avvento di quest'anno e l'inizio della quaresima dell'anno prossimo, a uno scambio per molti versi senza precedenti. Firenze, grazie alla sensibilità del Presidente dell'Opera del Duomo Lucchesi e del responsabile dell'ufficio diocesano di arte sacra Timothy Verdon, presterà alla galleria Tretriakov di Mosca la Maestà di San Giorgo alla Costa e il polittico di Santa Reparata attribuito al "Parente" di Giotto. Queste due opere saranno esposte nella sede centrale del celebre museo moscovita, alle spalle della chiesa della Madonna "gioia di tutti i sofferenti" di cui è titolare il metropolita di Volokolansk, Hilarion Alfeev, capo del Dipartimento delle relazioni esterne della Chiesa russa. Dalla Tretjakov, per decisione delle sua direttrice Irina Lebedeva e della vice Tatiana Gorodkova, verrano a Firenze tre opere senza pari: la Madre di Dio Odiditria di Pskov, la Crocifissione di Dionisijj e un'Ascensione nella cui straordinaria qualità gli specialisti vedono la mano di Andrej Rublev. Queste icone verranno esposte, con le cautele di cautela del caso, non in un museo: ma nel Battistero di Firenze, che l'arcivescovo senza che premesse o fosse premuto da chicchessia- ha messo a disposizione sia della mostra, sia della comunità ortodossa che per questo atto di amore e di rispetto che onora la chiesa fiorentina potrà celebrare e venerare icone che la storia ha sottratto al culto e affidato alla musealizzazione. Un catalogo della mostra, nella quale si vedrà l'impegno della Eniclopedia Italiana e si sentiranno le voci delle autorità degli stati, dei governi, delle chiese, delle autorità, degli studiosi, dei teologi, accompagnerà queste opere: nel cui viaggiare ciascuno riuscirà soltanto a leggere qualcosa di sé. È giusto così.
Corriere della Sera
3 Settembre 2011
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AL
Alberto Melloni
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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