Indignazione per quel duplice buco edilizio ed economico su cui Gianni Ippoliti ironizza con l'elezione di una Miss La passerella di dichiarazioni roboanti con cui il ceto politico di turno sfila ogni anno sul red carpet della Mostra di Venezia potrebbe costituire occasione di buonumore: si odono puntualmente proclami sulle "magnifiche sorti e progressive" della Mostra, sul "rilancio" del Lido, sulla necessità che Venezia torni ad essere "quella di una volta", sul primato da ritrovare nei confronti di Cannes ecc. ecc. Potrebbe, dicevamo. Ma il buonumore sfuma in indignazione se si getta uno sguardo sulla realtà. E la realtà sta lì, ha il suo "monumento" alla vergogna in un duplice buco: edilizio ed economico. Il Ground Zero lunare, inanimato, spettrale che si estende fra Casinò e lungomare, a due passi dal vecchio Palazzo del cinema, è il cratere dove promisero all'unisono Rutelli, Cacciari e Galan nel 2011 avrebbe dovuto sorgere il nuovo Palazzo, in sincronismo con le celebrazioni per il 150 dell'Unità d'Italia. Posa della prima pietra, 2008. Di fatto fu anche l'ultima. Da allora il Lido, "l'isola d'oro", si è ritrovato al centro di una girandola di speculazioni immobiliari, di stravolgimenti ambientali, di compravendite dubbie, di burocrazie, pareri pro e contro, indagini, procedure e scandali senza precedenti nella sua storia. I lavori del Palacinema, gestiti da un commissario straordinario scelto dalla Presidenza del Consiglio, si sono subito arenati a causa del reperimento in quantità preoccupanti di amianto nel sottosuolo; nel frattempo il progetto ha cambiato forma e destinazione almeno tre volte, l'ultima con la nuova idea di un Palacongressi ridimensionato nella struttura e nelle ambizioni. II buco intanto resta lì, anche quello economico: 32 milioni sinora spesi. Nel frattempo nulla, al Lido, è stato mosso o creato per rivitalizzare l'area: se tracciate con un compasso un cerchio di cento metri intorno al vecchio Palazzo (la cui Sala Grande è stata restaurata in fretta e furia vista la mala parata) oltre quella zona c'è il deserto. Affitti proibitivi, spesso in nero, prezzi esorbitanti, parcheggi inesistenti, offerta scarsissimamente differenziata sono un cocktail micidiale di disaffezione e di respingimento dall'isola (tant'è che quest'anno molti hanno anticipato la partenza e stanno già sfollando, quattro giorni prima della consegna dei Leoni!), a stento compensato da qualche intervento di restyling attuato dalla Biennale e dalle proiezioni in decentramento dei film della Mostra in centro storico, a cura del benemerito Ufficio Cinema del Comune di Venezia. Quel cratere della vergogna - celebrato ironicamente da Gianni Ippoliti con l'elezione di Miss Cratere - che è costato alla città la svendita del vecchio Ospedale al Mare, la cui permuta avrebbe dovuto finanziare i costi del nuovo Palazzo, l'abbattimento di una pineta secolare e la cancellazione di un'area dove si aggregava ogni sera fino a tarda notte una folla di giovani e cinefili. Tutto questo non c'è più. In cambio di cosa? E chi pagherà il conto? Al Lido, e non solo, molti temono di conoscere già la risposta.
Venezia. Il vergognoso cratere del Palacinema è il simbolo del festival
Il duplice buco edilizio ed economico sul Lido di Venezia è un simbolo della vergogna della città. Il progetto di un nuovo Palazzo del cinema, iniziato nel 2008, si è arenato a causa del reperimento di amianto nel sottosuolo e ha cambiato forma e destinazione più volte. I lavori hanno speso 32 milioni di euro, ma nulla è stato mosso per rivitalizzare l'area. L'area è caratterizzata da affitti proibitivi, prezzi esorbitanti e una offerta scarsa di servizi, il che ha portato a una disaffezione e un respingimento dall'isola.
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