I resti del piccolo ospite, sepolto nel marmo prezioso mille e settecento anni fa, sono stati restituiti alla terra da un tombarolo frettoloso. Quel che premeva, spazzata via la polvere d'uomo, era il sarcofago, pietra bianca ed amorini alati; l'ideale per il circuito dell'arredamento a cinque stelle. Ville esclusive, alberghi per extraterrestri con piscine sospese sul blu dei faraglioni di Capri, residenze neofaraoniche noleggiabili per il circo dei matrimoni. I carabinieri del comando tutela patrimonio culturale, nucleo di Napoli, sotto il comando del tenente Lorenzo Marinaccio, già l'estate scorsa avevano individuato quel sarcofago da bambino ricco, sulle scale esterne del grand hotel Punta Tragara a Capri dove ospiti eccellenti (talvolta anche esperti in materia), l'hanno sfiorato infinite volte. Era stato ripulito, riempito di terra grassa ed ospitava lustri palmizi nani. Inutile dire che, là incastrato, il sarcofaghino faceva l'effetto anonimo e grazioso di un qualunque arredo d'hotel. Dopo giri e rigiri, passaggi di mano, carte che lo ripulivano, via via, dell'odore di predazione che un oggetto del genere si porta appresso, è finito in mano ad un acquirente che pensa di averlo acquisito in buona fede e lo esibiva in pubblico (e dal pubblico, infatti, è stato notato più volte l'estate scorsa). I carabinieri, che pensano possa provenire da scavi clandestini, l'hanno sequestrato in attesa delle decisioni del magistrato. Ma non è solo il sarcofaghino del piccolo aristocratico la preda dei carabinieri, dopo quindici mesi di caccia per ville, piscine, collezioni, giardini e pure siti Internet. Dire che più di cento reperti archeologici sono stati recuperati e venti persone denunciate per ricettazione e violazione del codice dei beni culturali e del paesaggio, non rende l'idea. In una villa napoletana da matrimoni sciuponi, gli invitati erano accolti da Vibia Sabina, moglie dell'imperatore Adriano e, per non far torto a nessuno, dal busto di marmo di Antinoo, favorito dello stesso, forse soppresso da un intrigo di corte. Roba fina, acconciatura rara per lei, testa da eroe per lui. Busti che, per proporzioni e bellezza, potrebbero provenire da una residenza imperiale ignota. Almeno ignota ai ricercatori ufficiali. Quando Giuseppe Vecchio - direttore del museo di Nola che la Sovrintendenza ha incaricato di affiancare i carabinieri - ha visto l'imperatrice ed il favorito, si è esaltato. «Pensate da che contesto devono essere state prelevate» ha detto ieri in conferenza stampa. Un contesto che possiamo solo immaginare all'altezza di un imperatore sapiente, magnifico e viaggiatore. Ma non basta. Il capitello con i feltrini, trasformato in tavolo, è quasi una nota di colore davanti a quest'altra storia. In un giardino, da sopra il ciglio di un muro, i carabinieri hanno fotografato un'epigrafe funeraria. Il dottor Vecchio, quando l'ha vista da vicino, ha trovato quel che può essere un piccolo gioiello per i ricercatori storici: l'epigrafe funeraria in latino è la dedica di un nobile romano del primo secolo alla moglie. Una moglie che chiama precocemente «hebrea» e non giudea all'uso di Roma. Le parole nascondono meravigliosi segreti sul momento in cui si sono affacciate all'uso, create dalla necessità. Storie di viaggi, contatti, scambi che, magari, non si erano mai neppure immaginati. Segreti valutati qualche decina di migliaia di euro e mimetizzati fra edere e fontane.