Arrestato un barbone incensurato: «Colpivo e la gente non mi fermava». Va curato, ma non parliamo di pene esemplari L'abbiamo in pugno, il vandalo che sabato mattina, a piazza Navona, ha sgretolato a colpi di sampietrino le orecchie di un mascherone della Fontana del Moro (e aver lanciato un sampietrino nella più nota di Trevi). Cinquant'anni, senza fissa dimora, niente precedenti penali, ha detto di essersi abbandonato all'atto sconsiderato perché voleva attirare l'attenzione, scegliendo "uno dei monumenti più importanti di Roma". Con ciò rivelando di essere non solo vandalo ma pure ignorante, perché le statue della Fontana del Moro sono tutte copie ottocentesche, poiché gli originali del Seicento sono stati riciclati per le fontane nei giardini di Villa Borghese e altrove. Ma che importa valutare la vera entità del danno, ora il barbaro devastatore è stato catturato e per lui, dal sindaco Alemanno fino al ministro dei Beni Culturali, Galan, si invoca certezza e severità della pena. II carcere, innanzitutto, anche se sarà difficile, perché per un cittadino accusato di danneggiamento aggravato, ma con evidenti segni di scompenso psichico e incensurato, la legge non offre spazio perla detenzione. II comune di Roma ha disposto il trattamento sanitario obbligatorio presso il policlinico Umberto I, e un accertamento psichiatrico è senz'altro dovuto. Ma tra qualche giorno, il nostro vandalo sarà di nuovo a spasso, che fare dunque? Per prima cosa, direi di liberarci dalla sindrome del vaso Ming. Avrete presente quelle commedie leggerine, dove un imbranato entra in casa di un signore ricco e vanesio spesso in vestaglia ricamata, orgoglioso della sua collezione di vasi cinesi, porcellane di Dresda e altri soprammobili pregiati. Bene, la nostra Italia, vittima di una crisi che ne ha colpito tutti i settori tranne il patrimonio artistico eterno ed imperituro, è un po' come la casa di quel signore ricco e vanesio. Siamo ridotti, è bene dircelo, a custodi di un museo. Naturale dunque che non appena un imbranato (il vandalo) faccia cadere il vaso Ming, saltiamo su tutte le furie, anche se quel vaso non risale alla famosa dinastia cinese, ma a un anonimo artigiano ottocentesco. Così accadde, mesi fa, per Pompei. Ricordate? La pubblica opinione era a un passo dallo sbranare vivo l'ex ministro Bondi, perché qualche coccio della venerabile cittadina campana incenerita dal Vesuvio, era venuto giù. Nessuno ricorda bene di che coccio esattamente si trattasse, ma l'allarme fu ai massimi livelli: Pompei frana! Nulla franò, se non i nervi del povero ministro, che per altre e più solide ragioni avrebbe dovuto abbandonare l'incarico, non certo per quei due cocci. Oggi il capro espiatorio per la nostra ipersensibilità archeologica, tipica di una civiltà ormai tutta volta al passato, decaduta in tutto e per tutto, è il vandalo, che vorremmo consegnare all'ergastolo magari forzando la mano agli inquirenti responsabili del caso. Mai una cosa del genere s'è vista. Nei paesi civili, i vandali dell'arte sono come le grandinate per il contadino: l'imponderabile. L'Italia, con le sue tanto decantate città d'arte, è un museo globale, esposta più che mai ai Laszlo Toth (l'ungherese che fratturò parte della Pietà michelangiolesca) o al folle che prese a martellate sul piede il David di Michelangelo (non di Donatello, come ha riferito un servizio del Tg1). Il nostro patrimonio artistico è così sovrabbondante che, della storia e del pregio di taluni pezzi, se non ci fossero i vandali nemmeno ce ne accorgeremmo. Sfido i romani a ragguagliarmi sulla Fontana del Moro, e se essa facesse parte dei loro giri turistici domenicali all'insegna dell'arte e dell'accrescimento spirituale. La maggioranza non l'aveva nemmeno mai sentita nominare. Ma poiché noi Italiani non produciamo più niente, a parte le scarpe coi gommini e qualche straccio firmato, il primo che s'azzarda a sfiorare una fontana del Seicento lo vogliamo rinchiudere a Castel Sant'Angelo, e peccato che Mastro Titta, il boia, sia andato in pensione. Naturalmente il danneggiatore va, per quanto possibile, sorvegliato e messo in condizione di non nuocere ai mascheroni, alla Fontana di Trevi e soprattutto a se stesso. Un supporto psichiatrico, una sorveglianza, un modo si troverà. Quello che non si può fare è evocare "pene esemplari" e dire che chi sfregia un mascherone è "un folle capace di qualunque cosa", come ha dichiarato Alemanno, auspicando sanzioni degne di un assassino.