Quando si sente una notizia su Leonardo da Vinci viene ormai da metter mano alla pistola. Dopo la farsa delle ossa della Gioconda (intesa come modella), e la raccolta di firme per avere in prestito la stessa Gioconda (intesa come quadro), riaffiora in questi giorni un tormentone all'Indiana Jones: la ricerca della perduta "Battaglia di Anghiari", sponsorizzata da Matteo Renzi. Nel 1503 il Gonfaloniere della Repubblica fiorentina chiese a Leonardo di raffigurare quel fatto d'arme nella Sala del Consiglio Grande di Palazzo Vecchio, sulla parete che sovrastava i seggi del governo. Il Vinci volle sperimentare una nuova tecnica di pittura murale, che si rivelò fallimentare: già durante l'esecuzione il dipinto come scrive Vasari, «cominciò a colare, di maniera che in breve tempo [Leonardo l'] abbandonò». Rimase visibile solo un meraviglioso viluppo di cavalieri che lottavano strenuamente per uno stendardo. Mezzo secolo dopo il duca Cosimo de' Medici incaricò proprio Giorgio Vasari di trasformare quella grande sala: e il risultato fu il Salone dei Cinquecento. L'idea di ritrovare Leonardo può apparire romantica, ma se la si guarda con un po' di senso critico appare antistorica, velleitaria, pericolosa e demagogica. È da escludere che Vasari, che venerava Leonardo, abbia nascosto un simile capolavoro. Egli aveva tutti i mezzi tecnici per tagliare il muro e salvare il dipinto: lo fece con maestri quattrocenteschi (come Domenico Veneziano a Santa Croce; Botticelli e Ghirlandaio a Ognissanti) che amava assai meno del Vinci. Egli sovrappose, è vero, una sua pala d'altare alla Trinità di Masaccio, ma si trattava di un dipinto mobile. Solo una mentalità da Codice da Vinci e la nostra infantile illusione di essere al centro della storia può indurci a credere che Vasari abbia seppellito un tesoro sotto un muro inamovibile: per quale futuro, e a quale scopo? E che uno come Antonio Paolucci dichiari a "Repubblica" che Vasari potrebbe averlo fatto «per fare un favore al suo amico Michelangelo» dimostra che ormai guardiamo al Rinascimento attraverso la lente della Hollywood degli anni sessanta. Molto più semplicemente, l'intervento vasariano dimostra che nel 1560 di quello sventurato, grandissimo Leonardo non doveva restare più nulla. In secondo luogo (particolare tragicomico), tutto indica che la parete su cui aveva dipinto Leonardo era quella occidentale, e non quella orientale su cui sta lavorando l'équipe guidata dall'ingegner Maurizio Seracini. Lo aveva già ampiamente provato Nicolai Rubinstein nel 1956, ma negli ultimi anni si sono aggiunte le prove proposte da H.T. Newton e J.R. Spencer nel 1982, e da ultimo i risolutivi documenti pubblicati da Francesco Caglioti nel 1995. Ma ammettiamo che le indagini segnalino qualche indizio dietro gli affreschi vasariani: che succederebbe a quel punto? Non è difficile immaginare l'enorme pressione mediatica e gli appetiti di marketing che si scatenerebbero sul Comune e sulla Soprintendenza di Firenze: se si raccolgono firme in strada per un prestito, cosa accadrebbe di fronte alla prospettiva (per quanto labilissima) di recuperare un Leonardo? Si rischierebbe di distruggere uno degli ambienti più alti e conservati del Cinquecento europeo: l'opera di quel Vasari che proprio quest'anno si celebra con fiumi di mostre e retorica, ma che domani saremmo prontissimi a buttare a mare in nome di Leonardo. Anche senza arrivare a tanto, già oggi il «Giornale» incita Matteo Renzi a trovare due milioni per finanziare questa improbabile ricerca: una somma da sottrarre alla cura delle tante opere d'arte che ci sono davvero. Ma è certo meno facile andare in televisione governando il reale che cavalcando i sogni collettivi in cui i Leonardo attraversano le pareti e le facciate di Michelangelo prendono forma come per magia. Tomaso Montanari