Inascoltati gli appelli del marchese Incisa, Zeffirelli e Toscani BOLGHERI. Il j'accuse dell'ex europarlamentare Monica Giuntini. Per il viale di Bolgheri ci sarebbero i soldi ma non vengono spesi. Potrebbe diventare patrimonio dell'Unesco, ma nessuno si muove a perorarne la causa. E intanto il viale più famoso d'Italia, 2400 cipressi, lungo cinque chilometri, un'ora di percorrenza a piedi, dichiarato nel 1995 di interesse artistico e storico, è abbandonato a se stesso. Tra incuria e degrado. Tre i problemi del viale reso famoso dai versi di Giosuè Carducci («I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido...»): è ridotto ad un autodromo con le auto che sfrecciano come fossero a Maranello, i fossi a lato sono zeppi di cartacce, bottigliette e pacchetti di sigarette vuoti, e la vegetazione si abbarbica sui cipressi, impedisce la vista del mare e dei terreni. Candidato all'Unesco. E pensare che Bolgheri è soprattutto il suo viale, definito dallo scrittore locale Luciano Bezzini «unico al mondo». Dall'entrata nel piccolo borgo si vede una lunga linea di asfalto con a lato i cipressi e all'orizzonte il mare: una vista tra le più affascinanti ed emozionanti. Non a caso capita spesso, percorrendo il viale, di vedere auto straniere ferme, con turisti che fanno clic con la macchina fotografica. Per immortalare una bellezza paesaggistica che, spiega Monica Giuntini, ex sindaco di Castagneto Carducci, potrebbe aspirare a diventare un bene dell'Unesco: «Quando ero al Parlamento europeo avevo cominciato a lavorare per far diventare il viale patrimonio dell'Unesco. Pochi sono in Europa i paesaggi che hanno questo riconoscimento per cui ci protrebbero essere buone chances. Ciò significherebbe una maggiore tutela e qualche fondo economico in più». Da Zeffirelli a Lerner. Quando Il Tirreno denunciò, quattro anni fa, il degrado del viale in molti si affrettarono ad accorrere al capezzale del Grande Malato. «E' ridicolo che il viale più bello della penisola non sia stato adeguatamente reso usufruibile a pedoni e ciclisti, ma trasformato in una sorta di autodromo», polemizzò il fotografo Oliviero Toscani. Il regista Franco Zeffirelli propose di chiudere il viale e di trasformarlo in un parco per la poesia. Il demografo Massimo Livi Bacci, senatore diessino, pose il problema di capire «se le auto rovinano i cipressi». Michele Satta, produttore di vino, propose di costruire, accanto al nastro asfaltato, «anche una pista ciclabile e una per i pedoni. E ancora: perché non limitare le auto e istituire a San Guido una sorta di trenino per portare i turisti a Bolgheri?». Gad Lerner, un habituè della spiaggia del Palone, tra Bibbona e Donoratico, avanzò la richiesta naturalistica di «assaporare colori, odori, scorci dello splendido viale». Francesco Merlo, editorialista di Repubblica, casa in campagna, tra Sassetta e Monteverdi, più concretamente propose: «No alla chiusura del viale o a idee eccentriche come quella di togliere l'asfalto. Bastano più controlli e un'adeguata manutenzione». L'intesa del 1999. Dopo quattro anni (quattro) nessuna di queste proposte è stata presa in considerazione e il degrado del viale continua. Nonostante che nel 1999 Regione, Provincia, Comune di Castagneto e Soprintendenza abbiano firmato un'intesa per «definire ruoli, tempi e metodologie per la salvaguardia del viale». L'intesa era mirata soprattutto a risolvere il problema dei cipressi malati, anche se la salvaguardia fa riferimento al viale nel suo complesso, e non solo ai cipressi. Soldi, come ricorda il presidente della Provincia di Livorno Giorgio Kutufà, ne sono stati spesi per i cipressi mentre poco o nulla è stato fatto per rendere il viale usufruibile da pedoni e ciclisti. E per chiedere il riconoscimento dell'Unesco, come ha fatto la Val d'Orcia (vedi articolo a parte). Viale come autodromo. L'incuria la si nota anche da piccoli dettagli. Venendo da San Vincenzo, da sud, chi vuole imboccare il viale, fatica a vedere il cartello di Bolgheri, coperto dalla vegetazione. Si va ad occhio perché ad un certo punto, alla destra dell'Aurelia, si scorgono i cipressi: siamo alla tenuta di San Guido, dove si trova la cantina del Sassicaia. All'inizio del viale un cartello stradale - questo ben visibile - indica che la velocità massima deve essere di 60 chilometri. In realtà il viale invita alla velocità e le auto sfrecciano come fossero in autodromo. Per i pedoni che vogliono percorrere il viale a piedi è un pericolo continuo. E' come camminare sui bordi dell'autostrada. E anche i ciclisti spesso si lamentano: «Qualche giorno fa per un pelo non sono stato investito da un'auto che andava forte come una Ferrari mentre percorrevo il viale in bici», racconta Toscani. Gli autovelox sono un po' dappertutto, meno che nel viale più famoso d'Italia. Il marchese Niccolò Incisa della Rocchetta, il patron del Sassicaia, ricorda che qualche anno fa un autovelox lo misero, ma lo tolsero subito. Pare che la carta per le multe non bastasse. «Potrebbero mettere dei dissuasori e sarebbe già un passo avanti», sostiene il marchese. Rifiuti ai bordi del viale. Sentieri ai lati del viale non ce ne sono, anche se i proprietari dei terreni, a cominciare da Niccolò Incisa, sarebbero disponibili a concedere qualche metro delle loro terre. Quei pochi tratti di sentieri poi sono pieni di pacchetti di sigarette, bottigliette di acqua minerale, lattine di birra, di Coca cola, confezioni di Estathè e di patatine, sacchetti di plastica, cartoni, contenitori di salviette e di lubrificanti. Autisti e ciclisti maleducati? Sì, ma hanno una scusante: per tutto il viale non ci sono cestini (non dovrebbero costare molto).