«L'amore per l'arte deve rinascere già dall'asilo e dalle materne» «Proteggere una fontana o un monumento non è una questione di ordine pubblico. C'è da ricostruire la consapevolezza che attraverso l'arte abbiamo ricevuto dagli avi un'immensa eredità e che essa è una parte decisiva del nostro futuro». Il professor David Meghnagi, 61 anni, nato a Tripoli da una famiglia ebraica, docente di Psicologia Clinica all'università «Roma Tre», stila una diagnosi del male in cui c'è anche la ricetta. «E' stato smarrito l'amore per le generazioni passate dice Bisogna ricominciare a instillarlo nei giovani, affinché si rendano conto che essi sono la prosecuzione di ciò che è stato. Solo così si può sperare in qualche risultato». Chi è l'uomo della Fontana del Moro? Un malato o un vandalo? «È secondario. Certamente si tratta di una persona che non dà alcun valore all'arte. Ma il punto è un altro. Qui si sfregia una cosa bella perché, evidentemente, non c'è alcuna consapevolezza che quella cosa ci appartiene. E qui che bisogna lavorare in profondità». Niente controlli? «I controlli, senza una coscienza collettiva, possono ben poco. Moltissimi ormai vivono la città come un centro di consumo, luoghi di cui appropriarsi. C'è chi butta la carta, chi getta le bottiglie, chi infierisce sui monumenti. Per capire cosa sta accadendo, bisogna andare oltre». Andiamo, allora. «Firenze, Medioevo: proviamo a fare un salto all'indietro. Quando si cominciò a erigere il Duomo (1296, ndr), tutta la città lo sentiva come suo: un pezzo della propria pelle e della propria storia. Un bene in cui qualunque fiorentino avrebbe potuto riconoscersi. Quindi nessuno, guelfo o ghibellino, si sarebbe mai sognato di danneggiarlo». Sono passati più di sette secoli. «E' la frammentazione dei rapporti ha raggiunto livelli assoluti. Attraversare la strada è pericoloso. Se uno viene aggredito, non viene protetto a meno che non ci siano conoscenti diretti in giro. Si pensa di poter delegare tutto alle forze di polizia. Non è la ricetta giusta. Il lavoro è molto più complesso». E lungo, pare di capire. «Non c'è dubbio. Bisogna ricostruire, cominciando dagli asili e dalle scuole materne, il senso di appartenenza. Bisogna far rinascere l'amore per l'arte, perché ogni pezzo, ogni opera ci rivela qualcosa della nostra storia». Sentimenti, ammetterà, che ormai riguardano pochi. «Ma l'infelicità, e gli atti che ne derivano, nascono proprio da questo distacco. Cioè dall'incapacità di vivere il passato come presupposto del nostro presente». Come si fa a non condividere? Ma poi? «Ripeto: le istituzioni devono riprendere a tutelare l'arte fin dalla scuola materna. Il quaranta percento del patrimonio mondiale è in Italia. Bisogna far percepire la straordinaria eredità ricevuta dagli avi. Un'eredità si può saccheggiarla e distruggerla. Oppure si può alimentarla, conservarla e goderne». Non ci ha ancora detto chi è il vandalo di piazza Navona. «Un uomo che prova invidia per la bellezza e che in fondo serba un odio profondo perla figura materna. La città è un grande grembo che ci accoglie. Chi la ferisce, si comporta come il bambino che si sente estraneo e danneggia la casa dei genitori».