E' un problema mondiale. Quello del rapporto tra conservazione e tutela del patrimonio culturale e fruizione individuale, organizzata, di massa è un problema del mondo globale, che a ritmi sempre più accelerati investe tutte le aree del pianeta. In modi diversi, con modalità e intensità varie, sono a rischio, è inutile nasconderselo, i beni del patrimonio universale, non solo paesistico e monumentale, ma anche del sapere e della tradizione scritta e orale. L'ultimo atto vandalico alla fontana del Moro a Roma riporta d'attualità questa emergenza. Ai danneggiamenti consueti cui si è più abituati, della natura e dell'uomo attraverso gli anni, i secoli e i millenni, si sono aggiunti negli ultimi decenni quelli, in qualche modo meno prevedibili e di fatto in larga parte non previsti, derivanti dalla fruizione. Da un elemento, cioè, quello dell'«uso» e del «consumo», che è parte della vita stessa delle opere dell'uomo. Sui modi e sui luoghi della fruizione dei beni del patrimonio culturale, certo particolarmente in Italia, ma quasi dovunque nel mondo, il dibattito delle opinioni è frequente, insistito, spesso aspro, mai risolutivo. Basti pensare all'eterna questione della dislocazione espositiva di alcuni capolavori dell'arte antica i bronzi di Riace, la cosiddetta Venere di Morgantina, il vaso di Eufronio sui luoghi stessi dei ritrovamenti ovvero in sedi espositive più famose, più accessibili, più frequentate. Il problema spesso travalica i confini di un singolo Paese: può divenire e sempre più spesso diviene, materia di scontro internazionale bilaterale, diplomatico e politico, non di rado acceso. Negli ultimi mesi le autorità turche hanno ottenuto dai Musei statali di Berlino la restituzione di una monumentale scultura di sfinge che nel tredicesimo secolo a.c. decorava una delle porte della capitale hittita di Hattusa, sul sito moderno di Boghazkoy. Contenziosi irrisolti di questo tipo sono innumerevoli, dal tesoro di Priamo ancora custodito a Mosca malgrado la promessa di restituzione a Berlino, ai celeberrimi marmi del Partenone ripetutamente rivendicati da Atene e inamovibili da Londra, a non meno famose sculture egizie del tempo del faraone eretico Ekhnaton richiesti dal Cairo a Berlino. Un altro aspetto della fruizione è quello continuamente e ossessivamente ricorrente, soprattutto in Italia, dell'inserimento in mostre temporanee, spesso itineranti, di capolavori per i quali ogni spostamento, se non strettamente necessario per motivi di conservazione odi sicurezza, è assolutamente da evitare. L'originale greco del cosiddetto «giovane di Mozia» e gli stessi bronzi di Riace sono stati in più di un caso al centro di controversie per questi motivi. Ma i problemi della fruizione di massa nel mondo globale superano di gran lunga, nel secolo appena iniziato, quelli finora ricordati, che, pur se ancora oggi assillanti, erano tipici del secolo scorso. Ad una fruizione di massa sono connaturate due caratteristiche fino a pochi anni fa inimmaginabili. Da un lato, la fruizione di massa per sua natura ha aspetti di incontrollabilità dei suoi stessi protagonisti, per cui singoli invasati possono accanirsi contro capolavori senza alcuna prevedibilità. Dall'altro, la fruizione di massa sta provocando, per la sua stessa dimensione, danni talora irreversibili non solo a singole opere ma ad interi comparti. Quest'ultimo fenomeno, in cui ovviamente non c'è intenzionalità, ha fatto si che autorità culturali molto sensibili, come in Francia, abbiano assunto la decisione paradossale di creare copie di interi complessi artistici di inestimabile valore e di aprire al pubblico soltanto queste copie, come è accaduto a Lascaux, per tutelare un patrimonio originale unico al mondo. Il primo fenomeno, quello dei danneggiamenti intenzionali provocati da invasati, per spesso imperscrutabili procedimenti mentali patologici, ha colpito nei decenni passati, fortunatamente in maniera non irreparabile, capolavori sommi come la Gioconda leonardesca al Louvre e la Pietà michelangiolesca a San Pietro. E oggi questo dramma si ripete sotto i nostri occhi a Roma, per una delle fontane di Piazza Navona dove ha operato Bernini. Questo ennesimo colpo al patrimonio culturale del Paese, fortunatamente limitato, ma non per questo meno grave, ha giustamente scosso, ancora una volta, l'opinione pubblica in tutta Italia. Ad esso non è giusto reagire sottolineando l'assoluta imprevedibilità di gesti ca si insensati e folli, perché questo tipo di azioni criminali è qualcosa che può ripetersi, e si ripete, in regime di fruizione di massa. E ovvio che non ci sono rimedi certi contro atti e situazioni di questo genere, ma è altrettanto evidente che le autorità di governo di un Paese che ha un patrimonio culturale tra i primissimi al mondo per quantità e qualità non possono farsi scudo dell'argomento della imprevedibilità. E allora che fare? Qualcosa in generale e qualcosa in particolare. In generale, senza alcuna retorica, ma in modo esplicito e ufficiale, le autorità di governo del nostro Paese devono proclamare con forza, senza esitazioni e ambiguità, che il patrimonio culturale è una priorità indiscussa e indiscutibile dell'Italia, come sancito dalla Carta Costituzionale. Se si arriva ad una simile, inequivoca e solenne affermazione, di cui il parlamento dovrebbe prendere atto e rendersi garante, ne deve discendere che la ricerca, la conservazione, la tutela del patrimonio culturale sono anch'essi una priorità fondamentale del Paese. Tutti gli italiani, al contrario, sanno che l'attenzione del governo a questi problemi è, come minimo ed eufemisticamente, tiepida, incerta e condizionata a vaneggiamenti sul rendiconto economico del patrimonio culturale. In particolare, come in Italia esiste da anni un nucleo speciale dell'Arma dei carabinieri per la tutela e il recupero dei beni artistici e archeologici che giustamente è un vanto del nostro Paese, così potrebbe efficacemente essere progettato e istituito un nucleo di polizia, turistica o culturale, come ad esempio in Egitto, che, attraverso un'adeguata distribuzione sul territorio, dovrebbe svolgere compiti di controllo e di tutela. L'impatto deterrente di una simile iniziativa appare evidente. La discussione è aperta, ma v'è una certezza. Ogni liquidazione del problema in termini fatalistici invocando l'imprevedibilità non può che essere considerata irresponsabile.
Roma e i tesori a rischio. Il fatalismo complice dei vandali dell'arte
Il patrimonio culturale del mondo è minacciato da atti vandalici e da una fruizione di massa che può causare danni irreversibili. I capolavori dell'arte antica sono spesso oggetto di controversie, come la dislocazione espositiva di opere come i bronzi di Riace e la Venere di Morgantina. I problemi della fruizione di massa superano quelli del passato e sono collegati alla natura incontrollabile dei protagonisti e alla dimensione di massa della fruizione. Le autorità culturali stanno cercando di trovare soluzioni, come la creazione di copie di interi complessi artistici e la tutela del patrimonio originale. Tuttavia, la situazione è grave e richiede una risposta immediata e concreta.
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