La città eterna suscita l'idea di portare con sé un talismano ROMA - «E che dobbiamo fare? Mettere le fontane di Roma in teca? Non è possibile». Andrea Carandini, allievo di Bianchi Bandinelli e a propria volta insigne archeologo, scopritore, fra l'altro, delle mura del Palatino dell'VIII secolo a.C. e della Villa romana di Settefinestre, è titolare della cattedra di Archeologia classica alla Sapienza di Roma. Nominato nel 2009 Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, si è dimesso dall'incarico il 14 marzo di quest'anno, in dissenso con la politica dei «tagli». «Una presa di posizione che riguarda il governo, decisa a fronte alla grande difficoltà di proteggere l'immenso patrimonio archeologico e artistico nazionale». Le fontane di Roma, professore. Prese a sassate, deturpate, assalite da vandali o da squilibrati. Lei premette, ovviamente, che è impossibile metterle sotto vetro o dietro fitte grate... «Non esistono altre risposte. Se poi parliamo di sorveglianza, di come le proteggiamo, va detto che è tutto assolutamente insufficiente. Le telecamere? Possono forse servire a identificare i colpevoli, ma dopo giorni e giorni. Non a impedire i misfatti. Chi ha mutilato la Fontana del Moro, ad esempio, è ancora uno sconosciuto, nonostante il video che lo ritrae durante la sua prodezza». Lei opta dunque per la presenza fisica di agenti delle forze dell'ordine o di sorveglianti in carne ed ossa. «Altri modi non ne vedo. Siamo ormai in una società molto ampia e poco omogenea. E' scomparso il controllo reciproco, l'occhio del cittadino capace d'essere, di per sé, un deterrente nei confronti del malintenzionato e dei suoi atti. Diciamo che quel tipo di controllo sarebbe riuscito, se non proprio a sventare l'impresa, almeno a renderla più impervia. Ma siamo, ripeto, in una società che si disfa progressivamente, ormai priva di ogni compattezza. E capitano cose come quella di cui parliamo, che non riguarda uno dei tanti ritratti del Pincio, bensì una fontana di una delle principali piazze di Roma, per di più una fontana figurata». Ci spiega perché lo sfregio a una fontana figurata aggrava il danno? «Perché se si trattasse di una fontana abbellita solo da elementi decorativi, il restauro sarebbe più agevole. Il danno a una fontana ornata di figure risulta sempre maggiore». Roma è sempre stata oggetto di «attentati». Oltre i vandalismi, la cupidigia dei collezionisti, autoctoni o stranieri, il culto malsano di certi antiquari, la voglia di pellegrini e turisti di portarsi a casa qualcosa dell'Urbe... «E' l'idea del talismano, un'idea che Roma ha suscitato e suscita, l'idea di portare con sé qualcosa di magico strappato alla città eterna. Quanto a togliere, gli aristocratici capitolini del Sei e Settecento ne sanno qualcosa. Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. La Roma bella di oggi è stata fatta spogliando la Roma antica. Quella gente certo disfece, ma con i materiali ottenuti costruì altre meraviglie. Oggi, invece, assistiamo al manifestarsi dei segni di una decadenza culturale profonda. Per commettere certe azioni, occorre una mentalità davvero primitiva. L'uomo, in questi casi, si rivela un legno storto, difficilmente raddrizzabile». Un giovane americano è stato colto a scavare nei pressi del Colosseo e aveva già incamerato un piccolo reperto, preso chissà dove. Non potrebbe darsi che la disponibilità organica di repliche di buona fattura degli oggetti feticcio della città, sarebbe utile a stornare l'accaparramento collettivo? «Senz'altro. Già in passato, repliche degli oggetti di Roma venivano date ai viaggiatori del Grand Tour. Un posto organizzato, magari di pertinenza comunale, in cui esistesse la disponibilità di buone copie in gesso, sarebbe salutare. Non solo, diventerebbe anche fonte di un notevole introito. Ho diretto per anni il Museo dei gessi di Roma: lì ci sono 1500 sculture che potrebbero essere replicate e messe a disposizione del pubblico».