La criminalità gestisce il giro d'affari dei tombaroli, spesso anche come intermediaria con gli acquirenti. Il settore è un canale per riciclare denaro sporco. Custode segreta e saccheggiata. Viterbo, città di Papi andati e tombaroli che ne scavano le viscere. Viterbo, un'ottantina di chilometri a nord dalla Capitale. Nel cuore della Tuscia attraversata da etruschi, romani e longobardi. Nei secoli dei secoli. Storia, arte e archeologia. Patrimonio per alcuni, petrolio per altri. Mani nel ventre di una città nottetempo saccheggiata. Cunicoli che corrono sotto i piedi dei suoi abitanti. Meta invisibile e sotterranea. Gianluca Di Prospero nel libro Viterbo custode segreta, edito da Intermedia Edizioni e a breve sugli scaffali delle librerie, ne racconta fascino e mistero: dall'epoca dei consoli romani all'arrivo nel viterbese della sezione delle SS addetta alla ricerca del Graal. Dieci anni di ricerche. Non un romanzo, ma una raccolta di documenti. Un percorso che altri ancora possono battere. Indizi per avere prove. Perché i nazisti cercavano la coppa dell'Ultima Cena proprio a Viterbo? Dov'è la tomba di Papa Alessandro IV di cui s'è persa memoria dal XVI secolo? Domande in attesa di una pubblicazione prevista perla seconda metà di settembre. Risposte che si potrebbero tuttavia trovare nell'intensa attività di scavi clandestini che caratterizzano i sotterranei viterbesi. Almeno una trentina quelli testimoniati da un'inchiesta condotta qualche mese fa da due giornalisti, Daniele Camilli e Roberto Pomi dell'Opinione di Viterbo. Tra il colle del Duomo e i suoi due millenni di storia. Una zona che si affaccia sull'antichissima Valle di Faul e dove sorge il duecentesco Palazzo dei Papi e la cattedrale della città dedicata a San Lorenzo. Pale, guanti, torce, setacci, secchi, pezzi di ceramiche e muri sfondati per far prima e creare nuove vie d'accesso. Carotaggi di precisione. Non strumenti da campeggio, ma da scavo. Scavi con accanto bottiglie di birra, lattine di Coca Cola e sigarette per dissetarsi e allentare la tensione. Una via dei topi che si inabissa a decine di metri di profondità. Arriva fin sotto le piazze storiche cittadine e il Palazzo della Provincia. Fin dentro l'Ospedale Vecchio, una struttura che fino a qualche anno fa ospitava malati e reparti. Restano alcuni archivi, completamente abbandonati a ratti, piccioni e predoni. Centinaia di metri in linea d'aria e la possibilità di avere accesso anche all'interno di abitazioni private, associando magari oggetti antichi a valori decisamente più moderni. E nella Viterbo sotterranea c'è di tutto. Fontane ed archi medioevali, gallerie, acquedotti romani, pozzi etruschi e tombe, rifugi anti-aereo della Seconda guerra mondiale, butti e carretti dell'immondizia di 50 anni fa. Graffiti, vecchi impianti della luce e torce. Persino un forno affrescato degli anni '30. Trovare un piatto del '300 potrebbe significare mettersi in tasca dai 60mila euro in su. Un labirinto underground affascinante e incredibile. Magari c'è pure una mappa ed è forse finita in mani sbagliate. Una ricchezza che invece d'essere tutelata viene ogni notte violentata. In pieno centro e alla portata di tutti. Con pareti che a forza di scavare e spicconare vengono giù e avvallamenti che si formano in superficie. Gli ultimi due - chissà se dipendono dagli scavi clandestini - a Piazza della Repubblica e Piazza delle Erbe. Entrambi transennati dall'amministrazione comunale. Ladri d'opere d'arte comunque attenti e scaltri. Sono probabilmente loro le siringhe disseminate lungo uno dei cunicoli di Viterbo, così come i richiami al demone Astharot tracciati con inchiostro florescente a metri di profondità. Un modo come un altro per allontanare i curiosi. Una questione privata e il monito "lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Che fine fanno i reperti archeologici saccheggiati nei sotterranei di Viterbo? La risposta è probabilmente una: archeomafia. Il tombarolo non è più quello di una volta, ma - come spiega Tsao Cevoli dell'Osservatorio Internazionale Archeomafie di Napoli - parte integrante di traffici che «presuppongono necessariamente una rete criminale ben strutturata: solo le organizzazioni criminali di stampo mafioso dispongono di un controllo capillare del territorio e di una rete internazionale abbastanza ampia e ramificata da essere in grado di gestire tutto il lungo e complesso iter che va dal furto e dallo scavo clandestino all'esportazione illegale delle opere, sfruttando gli stessi sistemi e canali dei traffici delle armi, della droga e degli esseri umani». «Come spiegano gli inquirenti - aggiunge invece Legambiente nell'ultimo Rapporto dell'Osservatorio Ambiente e Legalità "Rosario Livatino" - il sistema con cui si ricava denaro dalle opere rubate è semplice. I pezzi rari e di alto valore, facilmente identificabili, una volta sottratti vengono allontanati al più presto dal punto in cui è avvenuto il furto o vengono nascosti. Avolte per anni. Se poi i ladri non trovano acquirenti diretti (collezionisti privati), si rivolgono allora ad un mercato diverso. Quello appunto dei ladri professionisti, legati a un circuito di distribuzione su scala internazionale, che provvedono anche alla falsificazione dei documenti». Tra il 2008 e il 2010, nel Viterbese sono stati sottratti illecitamente 148 beni culturali. Inoltre, secondo i dati forniti dal Comandante della Tenenza di Tarquinia del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Viterbo, tenente Luigi De Gregorio, dal 2000 al 2009 sono stati recuperati 500 reperti archeologici, 35mila frammenti di vasellame, 2 dipinti e 3 sculture. Non stiamo parlando di boss mafiosi con il pallino delle opere d'arte, ma di un mezzo raffinato per riciclare denaro sporco. E fare uscire i reperti dalla Tuscia - come ci ha spiegato un tombarolo - non è poi così difficile. Basta avere un luogo dove farli transitare e il contatto con il mercante giusto che paga Io "scavatore" provvedendo poi a mettere il tutto a disposizione dell'acquirente. Ma come fa quest'ultimo a sapere che non si tratta di una bufala? Innanzitutto è un esperto d'arte, ma a scanso di equivoci il tombarolo stesso, appena estratto il reperto dal terreno o mentre lo sta estraendo, ha l'incarico di fotografarlo garantendo così l'autenticità del pezzo. Pezzi che devono essere consegnati intatti o possibili di una ricostruzione fedele. Sarà poi il mercante ad occuparsi di restaurarlo e farlo uscire dal Paese. Come? Il porto di Civitavecchia oppure utilizzando roulotte, caravan e camion trasporto merci. Dipende dalla destinazione, ma in tutte e due i casi si seguono piste e complicità già battute per il traffico di armi, stupefacenti ed esseri umani. L'obiettivo, prima ancora che avvenga Io scambio mercante-acquirente, è comunque quello di raggiungere depositi d'arte collocati preferibilmente in paradisi fiscali che non necessariamente si trovano oltre oceano. Un sistema organizzato fin nei minimi dettagli dove talvolta le mafie non si limitano a fare da supporto logistico, ma intervengono addirittura in veste di intermediario tra tombarolo e acquirente. Soprattutto quando si tratta di riciclare denaro sporco. Proventi derivanti da traffici illeciti. In che modo? Basta acquistare un qualunque oggetto con denaro sporco e venderlo direttamente in aste pubbliche ottenendo in cambio un assegno fumato e certificato da una casa d'asta straniera. In particolare quelle che hanno il pregio di mantenere l'anonimato di chi vende e di chi compra. Laddove invece si volesse ulteriormente speculare sul bene piazzato in casa d'asta, è necessario dotarsi di un prestanome che al momento della compravendita fa crescere artificialmente le quotazioni dei reperti a cifre elevatissime per poi acquistarli con altro denaro sporco e metterli legalmente sul mercato in attesa di un nuovo acquirente che se li porterà a casa a partire però dal prezzo fissato in casa d'asta. Chissà, magari proprio un museo. Con tanto di fotografie, certificati e recensioni su riviste d'arte che ne garantiscono autenticità e bellezza.
Il Riformista
3 Settembre 2011
L'archeomafia di Viterbo
LU
Luca Mauri
Il Riformista
Artista / Persona
Bene culturale
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