Nella corsa al botteghino la Sicilia turistica ha tutto da perdere Ma medie e piccole realtà culturali restano lorizzonte cui mirare A intervalli regolari si avanza il sospetto che altrove le opere dellIsola sarebbero meglio valorizzate Ricostruire il tempio "G" di Selinunte è la proposta-clou nella direzione del puro marketing Per recarsi a Mozia, come tutti sanno, è necessario imboccare una stradina che della provinciale per Marsala si allunga tra le saline, giungere allimbarcadero e qui, dopo unattesa solitamente breve, salire sulla barca che fa regolare servizio per la piccola isola fenicia, individuata e scoperta come sito archeologico da Giuseppe Whitaker. Qui, se si ha fortuna e la scultura non è in viaggio per il mondo come spesso capitava nel recentissimo passato, il cosiddetto Giovane di Mozia un auriga, una rappresentazione di Melquart, versione punica di Eracle? vi attende con le pieghe della veste trasparente che mettono in risalto lancheggiante moto a saliscendi del corpo. Sono molti, sono pochi i visitatori che ogni anno vi rendono omaggio? Dipende da cosa si intende per molti o per pochi. Lisola non è lontana dallautostrada, la ricettività alberghiera della zona è ampia e in costante crescita, le attrazioni turistiche e culturali vicine non mancano (Erice, Trapani, Marsala), e almeno in questo caso non è lecito invocare quella povertà di contesto che penalizzerebbe la fruizione di quel capolavoro dellarte greca. Eppure, a intervalli regolari, si avanza il sospetto che quellopera altrove sarebbe diversamente valorizzata. Già, ma altrove dove? Nei musei archeologici di Palermo, Siracusa o Agrigento, tanto per restare in Sicilia, o ancora più lontano in Italia o in Europa dove laudience cresce e il ritorno di immagine, almeno in tempi brevi, sarebbe assicurato? Al visitatore di oggi il Giovane di Mozia offre in realtà quello che non potrebbe trovare in nessun altro museo: il piacere del viaggio attraverso un paesaggio unico, la vicinanza dellantico porto dove la scultura o il blocco di marmo probabilmente approdarono, i segni incisi nelle pietre tombali del tofet che parlano dei medesimi culti religiosi. Allo stesso modo chi va a visitare lAfroditeDemetra di Morgantina può leggere, in relazione al sito dellantica città e al teatro, quel paesaggio di calcare che rappresenta nel cuore della Sicilia una delle varianti più affascinanti della grecità, irrimediabilmente smarrita nella posticcia acropoli voluta da Paul Getty per il suo museo sopra Los Angeles. Si tratta, in entrambi i casi, di una complessità testuale e territoriale che risulterebbe altrimenti impoverita. Non sarebbe una questione soltanto siciliana. Chi vuole vedere uno dei capolavori di Piero della Francesca, laffresco della Madonna del Parto a Monterchi, è costretto a deviare di alcuni chilometri per una distanza non diversa da quella che lo conduce a Mazara o a Mozia, ma nessuno propone di spostare lopera agli Uffizi o alla Pinacoteca di Perugia, e al massimo si discute sulla pertinenza della sistemazione museale, come a Morgantina. Ma in questa querelle estiva sulla opportunità o meno di spostare i grandi capolavori laddove è loro garantita una maggiore visibilità (ne hanno parlato, con posizioni diverse, Francesco Merlo, Jenner Merletti, Salvatore Settis), la Sicilia sembra fare la parte del leone. Oltre al Giovane grecofenicio e alla Afrodite fresca di rimpatrio, il terzo esempio è offerto dal Satiro che balla da solo nella chiesa museo di SantEgidio approntata a Mazara del Vallo per accoglierne le piroette, e la polemica qui faceva centro per una ragione in realtà non detta, cioè che nulla, tranne il registro della capitaneria dove è registrato Capitan Ciccio, il peschereccio che fortunosamente lo ripescò nelle acque del Canale di Sicilia, lega il bronzo antico alla cittadina del trapanese, e quindi in questo caso sarebbe stato effettivamente più opportuna unaltra sistemazione, meno casuale (se lo avesse trovato una motonave di Porto Palo tenterebbe oggi di riscattare altri e meno fortunati naufraghi?). Ma la Sicilia avrebbe altri esempi da fornire, più o meno celebri: in una fredda giornata di febbraio, quanti visitatori incrociano il loro sguardo con quello, sornione, del Ritratto di Antonello da Messina al Mandralisca di Cefalù? Quanti sono i turisti che fanno la fila alla Hofburg di Vienna per ammirare il mantello dellincoronazione di Ruggero tessuto in seta e oro dalle officine del Palazzo Reale di Palermo, e che una volta in Sicilia fanno spallucce di fronte a un manufatto strettamente imparentato come la corona di Costanza custodita al Museo della Cattedrale, o che di ritorno da un tour delle Fiandre non fanno una capatina per il magnifico trittico fiammingo quattrocentesco della Chiesa Madre di Polizzi? I Caravaggio dei musei di Messina e Siracusa non vengono surclassati, in termini di visibilità, da quelli romani? La logica dei grandi numeri è insidiosa. La cultura (non solo) museale occidentale ha impiegato più di mezzo secolo per liberarsi del pregiudizio del suo atto dorigine, quello che voleva concentrare in pochi luoghi eletti la grande storia delle civiltà del mondo, e accettare invece, forse con maggiore umiltà, di confrontarsi con la pluralità delle culture, con le continue variazioni di cui i grandi modelli si arricchiscono proiettandosi nello spazio e net tempo. È questo convincimento, lungamente e faticosamente maturato, ad avere costruito una diversa strategia di valorizzazione territoriale al posto di quello, fortemente accentratore, dei grandi musei di tradizione illuminista. Ma, almeno, quelli nascevano con una convinzione pedagogica sia pure con gli occhi dellOccidente coloniale, mentre oggi la sola logica sembra essere quella del marketing, e si scambia volentieri la valorizzazione con il business, vero o soltanto auspicato. «Preparatevi a costruire centinaia di alberghi», aveva proclamato lassessore di turno dopo il successo del Satiro allExpo di Osaka. Il suo successore si è preso la briga di controllare, e non ha trovato negli elenchi neppure un nome dalla grafia vagamente nipponica. In questo gioco che muove le opere darte come pedina sulla scacchiera dei desiderata turistici la Sicilia ha tutto da perdere, sia nella sua unitarietà regionale che nella articolazione in un rete di medie e piccole realtà culturali che stenta a decollare e che, nondimeno, rimane lunico orizzonte a cui mirare, la sola strategia da perseguire. A meno che paradosso per paradosso, provocazione per provocazione non si voglia non soltanto dare in leasing i grandi capolavori dove più intenso è il ritmo delle biglietterie, ma anche smontare e ricostruire magari la basilica di Segesta in un grande museo europeo o negli Emirati, come in passato si è fatto per laltare di Pergamo ora a Berlino. Chissà se è solo fantascienza: lipotesi di ricostruire il tempio G di Selinunte mai portato a termine a abbattuto da un terremoto (anastilosi è il termine tecnico: la proposta è stata tante volte avanzata, e altrettante confutata dagli studiosi come inutile e dannosa) smantellando il magnifico scenario di rovine colossali che aveva affascinato già i visitatori settecenteschi come è stato già fatto negli anni Cinquanta per i templi E e F (realizzando ex novo le parti mancanti, inserendo giunti in ferro nella pietra) in fondo va in questa direzione. Disneyland per Disneyland, siete sicuri che una volta varata loperazione qualche assessore, o qualche sponsor, non proponga per il tempio o per quello che sarà diventato un piccolo viaggio preliminare, giusto per rientrare nelle spese?