Lappello di docenti e storici dopo il reportage sui dieci edifici nel degrado Sponsor privati, studi per il riuso maggiore interazione tra cittadini e politica tra gli strumenti utili a evitare che il patrimonio edilizio venga definitivamente disperso «Non bastano i vincoli posti dalla Soprintendenza, per salvaguardare il nostro patrimonio bisogna per fare altro. Il vincolo certamente garantisce il fatto che ledificio non possa essere demolito come nel caso ad esempio di Villa Pignatelli Florio, che già a partire dal piano regolatore rientrerebbe nelle zone in rosso, quelle sicuramente tutelate, ma se poi la si lascia chiusa, abbandonata è chiaro che vada comunque incontro alla rovina». Queste le parole di Teresa Cannarozzo, architetto e professore ordinario di Urbanistica della Facoltà di Architettura, dopo il reportage di "Repubblica" sui dieci gioielli del Liberty minore finiti nel degrado. «Il problema - aggiunge il preside della Facoltà, Angelo Milone - è anche aggravato dal fatto che alcune ville liberty sono parcellizzate, appartengono ovvero a più proprietari. La parcellizzazione del bene crea delle complicazioni non indifferenti, spesso i possidenti non trovano un accordo e questo non permette lavvio alle procedure di restauro, o la richiesta di finanziamenti pubblici, così limmobile rimane bloccato e non è raro quindi che si deteriori». Gli architetti e le associazioni si indignano, ma soprattutto si interrogano su come riuscire a conservare un così ricco e nonostante tutto ancora cospicuo patrimonio - sia per la qualità, sia per la quantità - di ville ed edifici Liberty scampati alle demolizioni e su come, soprattutto, si possa strappare alloblio unepoca, quella della Belle époque. «Dopo Torino e Roma, Palermo è stata la terza città italiana con le architetture liberty più importanti e belle - afferma Rosanna Pirajno, docente della Facoltà di Architettura - un patrimonio però oggi quasi del tutto devastato, in gran parte anche a causa dellignoranza della nostra classe politica. Conoscevo da tempo lo stato di Villa Alliata di Pietratagliata, tanto che gli dedicammo un articolo su Salvare Palermo, persino su facebook se ne parlò, grazie ad un ragazzo che ne denunciò il degrado. Il punto è che non si muove niente. I privati non hanno i mezzi, ci vorrebbero degli incentivi, ma non ci sono fondi e così è difficile che persino il pubblico se ne possa far carico». Le responsabilità, sottolineano Nino Vicari, coordinatore del Forum Associazioni (Italia Nostra, Fai, Salvare Palermo, Dimore Storiche e Amici dei Musei) e Teresa Cannarozzo, non si possono attribuire alla sola politica. Il problema è molto più profondo e riguarda in primo luogo anche i cittadini. «La città è stata per molto tempo distratta, in parte continua ad esserlo sostiene Vicari - non solo a partire dalla salvaguardia del suo centro storico, ma ancor più poi con il Liberty, che non ha mai avuto la giusta rilevanza storica». «Non bisogna dimenticare- continua Teresa Cannarozzo- che la maggior parte delle villette in stile art nouveau furono demolite a causa degli stessi privati. La soprintendenza non poteva negli anni Sessanta apporre alcun vincolo se non erano i proprietari degli immobili a farne esplicita richiesta, così gli interessi e il denaro prevalsero sul buon senso. I nobili permisero la distruzione delle loro ville in accordo con gli speculatori edili con la promessa di ricevere in cambio appartamenti o soldi. Lemblema di questo scempio fu Villa Deliella. Lunica invece a ribellarsi fu unaristocratica, Flugy DAspermont. Oggi bisognerebbe attivare politiche di restauro cercando denaro anche attraverso sponsor» «È importante - prosegue Rosanna Pirajno - fare un reset, cominciare dallelaborazione di un piano di riuso di questi edifici, cercare di attivare un dialogo tra parti pubbliche e private, riconquistare una volontà pratica ed una sensibilità verso il nostro patrimonio artistico architettonico. Luniversità, gli ordini professionali tutti dovremmo fare questo scatto, realizzare una mappatura di questi edifici per farne biblioteche di quartiere, ludoteche. Investire insomma in servizi e per attuare ciò non è necessario che il Comune si dissangui economicamente basterebbe che li affidasse ad associazione o cooperative. Il punto però è superare questa terribile dimensione di inerzia in cui il non fare si traduce inevitabilmente nel non lasciar fare». Dello stesso avviso Nino Vicari, che aggiunge: «Io ad esempio in quanto coordinatore del forum delle associazioni mi impegnerò adesso a fare un appello proprio perché finalmente si avvii uno studio serio, capire chi sono i proprietari degli immobili, quale destinazione duso assegnare a ciascun edificio. Questo è un argomento centrale, sapere come riutilizzare un luogo, quale funzione dargli, in modo che non si incorra in pasticci come quello della celebre Villa Ida, dimora dellarchitetto Basile, divenuto una dependance della Soprintendenza. Noi proponemmo e tuttora proponiamo che diventi sede di un archivio centrale e permanente sullarchitettura del Novecento. Per il momento esistono tanti archivi sparsi tra le Facoltà di Architettura e Ingegneria, come quello su i Basile, Giovan Battista ed il figlio Ernesto, o tra privati come quello di Giuseppe Spatrisano, Damiani Almeyda, Antonio Zanca, Salvatore Benfratello. Nessuno sino ad ora ha appoggiato la nostra idea, nessuno tra i politici ci ha dato una risposta. Quella dellarchivio unico sarebbe anche un modo per attivare una catalogazione non solo dei progetti ma anche degli edifici esistenti, affinché si conoscano e si tutelino». «Purtroppo lo stato dei nostri monumenti - sostengono infine Glenda Scolaro e Matteo Iannello, docenti della Facoltà di Architettura e autori del libro "Palermo, guida allarchitettura del 900" - non è altro che la cartina di tornasole di un degrado sociale e culturale largamente diffuso e se non si riesce a tutelare le maggiori opere del nostro primo Novecento, come il Teatro Politeama, Villino Basile, Stand Florio, Cantieri Culturali alla Zisa solo per citarne alcuni. Figuriamoci opere ritenute per lappunto "minori"».