Alessandro De Pascale LA STORIA E' stato un microcosmo per operai che vi passavano una vita di fatiche e stenti. Oggi potrebbe tornare a essere una risorsa. Viaggio in un museo a cielo aperto Arrivare all'Argentiera è un tuffo nel passato. Un viaggio nei gloriosi trascorsi della Sardegna mineraria. In tutta la regione erano ben 22 i siti estrattivi, oggi tutti dismessi. L'Argentiera che si trova nel Nordovest dell'isola, a 43 chilometri da Sassari di cui è frazione, sullo scarsamente abitato altopiano della Nurra, è uno di questi. Si tratta di un piccolo villaggio che prende il nome dai caratteristici promontori di pietra argentata che si lanciano nel mare. Le prime lavorazioni risalgono al tempo dei romani e dei pisani, tanto che il giacimento è uno dei più antichi dell'intera Sardegna. Il primo pozzo esplorativo, profondo 80 metri, risale al 1865 e due anni dopo viene rilasciata la prima concessione. Da allora di pozzi ne sono stati creati quattro che scendono nelle viscere della terra fino a 365 metri con diversi strati di gallerie che hanno bucato in lungo e in largo tutta l'area. Dalla miniera si estraeva soprattutto piombo e zinco argentifero. Quando la miniera era in attività, l'Argentiera contava un migliaio residenti provenienti da tutta Italia ma anche dal Belgio e dalla Francia. Vivevano in case basse a livello della strada, tutte molto simili, destinate alle famiglie. Oppure nell'albergo dei minatori scapoli. Tutte strutture realizzate dalla società che gestiva il giacimento. C'erano scuole, un ospedale, il dopolavoro, un cinema teatro, la piscina, un piccolo spaccio con tutti i generi di prima necessità e i vestiti, oltre a una chiesa dedicata a Santa Barbara protettrice dei minatori. Le condizioni di lavoro erano massacranti: turni di 16 ore al giorno, in cambio di pochi denari e un unico pasto al giorno, moneta di scambio introdotta da Vittorio Emanuele III. Gli scioperi erano frequenti, come del resto i minatori che si ammalavano di silicosi per la polvere e le scarse condizioni igieniche. Poi, dopo un secolo di sfruttamento le miniere sarde entrano in crisi. La generosità della natura non è più quella di prima. Per prendere piombo e zinco bisogna scavare sempre più in profondità, aumentano quindi sia i costi di gestione che quelli del lavoro. I prezzi e la borsa di Londra crollano e così estrarre non è più conveniente. La miniera dell'Argentiera chiude definitivamente nel 1963. Come tutte le altre sarde. L'ultima a dismettere è l'Eni che nel 1997 smette di estrarre carbone sull'isola. L'eredità lasciata è pesantissima. Decine di migliaia di minatori senza lavoro, territori devastati e inquinati, infrastrutture abbandonate. Soltanto all'Argentiera oggi restano 96 edifici, alcuni dei quali risalgono all'Ottocento, e circa 40 abitanti irriducibili rimasti a vivere qui anche nel periodo invernale. Il paesaggio è bellissimo. Tre spiagge ciottolate, colore giallo paglierino. Falesie, costa rocciosa con affioramenti paleozoici e giacimenti metalliferi. Sentieri naturalistici con vegetazione spontanea costituita da macchia mediterranea. L'archeologia mineraria del vecchio sito estrattivo. Se ne devono essere accorte anche le istituzioni, visto che l'area è diventata un Parco Geominerario, il primo al mondo di questo tipo ad ottenere nel 1997 il riconoscimento dell'Unesco. Peccato che cinquant'anni di degrado e abbandono, la carenza di fondi e l'assenza di una cabina di regia ha fatto trascorrere il tempo e si è fatto poco o nulla. Nel marzo 2008 sono stati appaltati i lavori per il restauro della miniera con l'obiettivo di farne un museo: spesa prevista 2,1 milioni di euro, in parte stanziati dall'Ue, soltanto per recuperare gli edifici principali. Ma dalla stessa Regione ammettono che alla fine diventerà «un museo di sé stesso», perché in questi decenni hanno rubato tutto quello che si poteva rubare. Per Sandro Mezzolani, esperto di archeologia mineraria, è possibile riconvertire il settore minerario a fini turistico-culturali. «La società regionale Promegisa - ricorda - ha fatto un calcolo economico, un calcolo che tra l'altro è anche abbastanza interessante, che dimostra che tutte queste testimonianze, se sapientemente gestite, possono fornire reddito». L'appalto per realizzare il museo della miniera è stato vinto da un'impresa locale, la Pau Franceschino C. snc, con un ribasso di quasi 400mila euro. I lavori dovevano terminare in 18 mesi, visto che la consegna era prevista per lo scorso luglio. Ma sono ancora in alto mare. Per non parlare del fatto che il progetto definitivo non è vincolante. In pratica il soggetto concorrente può «ampliarli e integrarli». C'è poi il nuovo Piano urbanistico comunale di Sassari che facilita le modifiche di destinazione d'uso. Tanto che tuttora alcuni abitanti temono la trasformazione del borgo in un residente di lusso. Già negli anni Settanta una società immobiliare, L'Argentiera spa, voleva abbattere il borgo minerario, deportare gli abitanti e costruire un villaggio turistico da 2,4 milioni di metri cubi. Interviene la magistratura e l'amministratore unico dell'azienda viene arrestato e condannato a pagare per abusi edilizi e alterazione di bellezze naturali, visto che aveva iniziato a cantierizzare senza licenza. Nel 2003 la Regione ha però individuato l'Argentiera come area compromessa dal punto di vista ambientale da caratterizzare, come la zona industriale di Porto Torres. Il crono programma imponeva indagini sul livello di inquinamento, bonifiche e solo dopo le opere. Peccato che la caratterizzazione sia stata fatta solo parzialmente. Ad esempio sui terreni dove stanno realizzando un depuratore da quasi un milione di euro. Un particolare che sommato all'opposizione agli espropri da parte dei proprietari dei terreni dove dovevano passare le condotte fognarie, ha rallentato di anni i lavori. Il risultato è che all'Argentiera si usa tuttora un grande pozzo nero che il Comune di Sassari dovrebbe svuotare quattro volte la settimana in inverno, ogni giorno in estate. Un palliativo in attesa del depuratore con costi presumibilmente altissimi. Inutile dire che ad agosto, quando il villaggio è abitato da oltre 300 persone senza spurgo le fogne vanno in tilt e finiscono direttamente a mare. Nemmeno ad agosto c'è una guardia medica e l'acqua potabile scarseggia, tanto che ogni abitazione è dotata di un serbatoio per raccoglierla. Insomma, è un vero e proprio disastro. Anche se la bellezza del posto compensa tutte le storture. Un luogo di suggestiva bellezza da conservare e preservare. Quel gioiello dismesso della Sardegna mineraria LA STORIA E' stato un microcosmo per operai che vi passavano una vita di fatiche e stenti. Oggi potrebbe tornare a essere una risorsa. Viaggio in un museo a cielo aperto
Terra
30 Agosto 2011
Quel gioiello dismesso della Sardegna mineraria
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