Seconda mossa estiva dei Beni architettonici Dopo il Palazzo del Lavoro tutela per l'opera di Passanti Papotti: «Si tratta di un bell'esempio di Anni 50 un edificio con grande e originale personalità» «Sì, il brutto palazzaccio dei Lavori Pubblici sparirà: lo occulteremo». Parola di tre assessori: Gianni Vernetti, Fiorenzo Alfieri, Ugo Perone. Era il maggio 1998, quando la prima amministrazione Castellani pensò bene che quell'edificio lievitato negli Anni Cinquanta, come un salame di Jacovitti, di fronte al Duomo, andava nascosto alla vista. Scomodando l'artista Christo (quello che impacchetta i monumenti) o utilizzando un viale alberato, poco importava. L'obiettivo era neutralizzarne la bruttezza, con buona pace di Rosenkranz e dei fan di Passanti, (il progettista del palazzaccio). Negli anni, la voglia di ruspa aumentò vertiginosamente, producendo le soluzioni più bizzarre: dal porticato all'edera rampicante. Passato remoto. Perchè da oggi nessuno potrà più azzardare pensieri impuri sul destino urbanistico di quello stabile nato nel 1957. Motivo? La Soprintendenza l'ha vincolato. Così come accadde qualche giorno fa per il Palazzo del Lavoro. Ad annunciarlo è la stessa soprintendente ai Beni Architettonici Paesaggistici Luisa Papotti, che di Passanti, alla facoltà di Architettura fu allieva: «Si tratta di un palazzo tutt'altro che brutto, ha una sua forte personalità, ma ciò non significa che il dialogo con il Duomo e con il resto della piazza, resti afono, anzi». Che ci fosse aria di tutela in arrivo, per quello che in molti a Torino, ingiustamente, hanno ribattezzato il «Palazzaccio», si sapeva. Ad aprire una virtuale sottoscrizione a favore della sede dei Lavori Pubblici era stata la compianta ex preside di Architettura Vera Comoli. Poi era seguito il city architect Carlo Olmo, oggi responsabile dell'Urban Center: «Qualcuno ha mai provato a pensare che cosa capiterebbe al Duomo se sparisse quel palazzo o se quello nuovo non rispettasse proporzioni, misure, pluralità di valori culturali che quell'edificio incarna?». E poi ancora: «Abbattere il palazzo del Passanti è operazione priva di senso: quell'edificio è la precisa espressione architettonica di un'epoca e va preservato». Olmo su Passanti aveva e ha un'idea precisa, completamente condivisa dalla sovrintendente Papotti che ha deciso, appunto, di tutelarlo: «Il suo pregio maggiore è quello di non voler essere un falso antico. E' oggetto di scontro, in realtà ideologico, la sua povertà: in questa società se ne contesta cioè non l'architettura, ma l'ideologia sottesa. E' democratico e anti-retorico e va difeso perché incarna la Torino degli Anni 50: è un pezzo della nostra storia e identità». Ora nulla e niente possono più minacciare la sede dei Lavori Pubblici. Ora che oltretutto è stato debitamente restaurato (intervento che è costato all'amministrazione decine di milioni). Il fatto di aver passato il mezzo secolo di vita (consentendone la tutela) gli ha salvato la vita.