Sarà l'Italia a restaurare la «Città Proibita» nel cuore di Pechino, uno dei più importanti monumenti storici del mondo, voluto dagli imperatori di discendenza mongola dopo l'occupazione dell'Impero di Mezzo. L'accordo è stato raggiunto la settimana scorsa fra la rappresentanza cinese e il direttore generale dei beni culturali, architetto Roberto Cecchi, che appena rientrato dalla Cina ha messo mano assieme al suo staff al progetto di studio. Direttore si può parlare di accordo fatto? «Senza dubbio. I cinesi ci hanno chiesto di intervenire con una grossa operazione di restauro su tutte le sale della 'Città proibita' attualmente interdette al pubblico. In questo momento la Cina ha a disposizione molto danaro per operazioni dì questo tipo e quindi dà la precedenza a una delle sue strutture più importanti. E affida il compito a noi. Ma l'intesa va ben oltre». Significa che faremo altri restauri nella Capitale? «Significa che faremo interventi di ben più ampia portata nell'ambito dell'intero complesso monumentale. E' la prima volta che i Beni Culturali sono chiamati a un compito così impegnativo nella Repubblica Popolare Cinesef, e credo cche questo dovrebbe inorgoglirci, per la preparazione che ci è riconosciuta». Quando pensa dì potere iniziare i lavori? «A maggio presenteremo il progetto di fattibilità, dopo di che sarà solo questione di tempi tecnici. Tenga conto che il cinesi ci hanno chiesto di intervenire a tutto tondo sui diversi materiali del complesso: pietra, pietra lavorata, legno, pigmenti. Dovremo dunque studiare prima di tutto i materiali, quindi il modo di intervenire sui medesimi». Un compito davvero complesso. È la prima volta che i Beni Culturali si impegnano all'estero in una cosa così ardua? «Sì, se si pensa alla vastità della 'Città Proibita' e alla delicatezza delle sue strutture. Per quanto riguarda l'estero non va dimenticato che il restauro del Palazzo dì Costantino a San Pietroburgo è opera nostra».